martedì 24 marzo 2020

MACCHIONA 1995 - LA STOPPA

La Macchiona de La Stoppa è sicuramente tra le poche bottiglie iconiche dei Colli Piacentini. Viene prodotta dal 1973 (anno in cui la famiglia Pantaleoni ha acquistato l’azienda, un tempo di proprietà dell’avvocato genovese Ageno) in comune di Rivergaro al confine con Vigolzone, nel cuore delle Terre Rosse Antiche a 200-250 metri slm e ancora oggi, sotto la guida di Elena Pantaleoni e Giulio Armani, è tra i portabandiera dell’azienda. 


Il vino prende nome da una casa colonica posta in mezzo alle vigne, ma in genere le uve provengono sempre da almeno un paio di vigneti. In generale il concetto di Cru alla Stoppa è da intendersi più in senso bordolese che borgognone, quindi ogni anno vengono scelte da diverse vigne presenti nei trenta ettari aziendali i grappoli più adatti a produrre le “riserve”. I suoli sono simili in tutta l’area, argilloso-limosi, poveri, rossastri per la presenza di ossido di ferro e poco o per niente calcarei, quindi a fare la differenza sono spesso le porzioni dei filari (parte alta o bassa dei versanti, a maggiore o minore presenza di argilla, per esempio). 


La Macchiona non è mai stato un vino DOC, ma di fatto è una specie di Gutturnio sotto mentite spoglie. È stato tra i primissimi esempi di ciò che era ed è possibile fare in quest’area con le uve barbera e croatina. Vini profondi e molto longevi, austeri e da aspettare a lungo. Nulla di più diverso dallo stereotipo che vedeva (e vede) i colli piacentini come zona esclusivamente da vini frizzanti. 


Macchiona 1995 – La Stoppa 
Miscela paritaria di barbera e croatina che, dopo una lunga macerazione sulle bucce, affina in botti grandi. 
A distanza di 25 anni dalla vendemmia si presenta con un colore granato vivo e luminoso dai riflessi aranciati appena accennati. L’impatto olfattivo è registrato su un carattere di articolata complessità terziaria: note di sottobosco e tabacco si fondono con tratti ematici che, con l’ossigenazione, lasciano spazio a toni di prugna secca, grafite, spezie, arancia, amarena e caffè. 
Il palato è austero, di una bellezza verticale quasi aspra come quella di certi Boca degli anni ’90, senza il medesimo senso di rarefazione nordica, con polpa più ricca e un tipo di austerità più calda. Il volume non manca, ma la struttura si sviluppa con verace tonicità acido-tannica. Finale slanciato e nervoso, per una bottiglia che ha ancora vita davanti a sé.

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