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domenica 2 febbraio 2020

MONTALCINO

Primo appuntamento dell’anno per il ciclo realizzato insieme a Slow Food Piacenza. Stavolta si fa tappa in Val Nure presso l’Agriturismo La Tosa di Vigolzone per una serata dedicata a Montalcino e ai suoi Sangiovese, territorio tra i più noti al mondo, sede di uno tra i vini che rappresentano l’emblema stesso del grande rosso da invecchiamento: il Brunello. 
Non solo Brunello durante la serata. Per scaldare i partecipanti abbiamo proposto due tra i Rosso di Montalcino a nostro avviso più interessanti in circolazione, de L’Aietta e Baricci, entrambi frutto di una eccellente annata come la 2016. 
Con la seconda mini-batteria, Fattoi e Il Marroneto, si entra nel mondo del Brunello e con la terza si viaggia nel tempo confrontando due vecchie (e differenti) annate di uno storico modernista di rango (Siro Pacenti) con LA storia del Brunello, il suo rivoluzionario inventore oggi divenuto alfiere dell’ortodossia tradizionalista: Biondi Santi. 
Ecco il racconto dei vini. 


BATTERIA N.1 

Rosso di Montalcino 2016 – L’Aietta 
Spendiamo qualche parola in più per l’azienda meno nota tra quelle di stasera: L’Aietta, la più piccola realtà del territorio ilcinese con una superficie vitata di un solo ettaro e una produzione che non arriva a 5.000 bottiglie. L’azienda è nata nel 2001 per mano di Francesco Mulinari, all’epoca solo diciassettenne. All’inizio è quasi un hobby che porta al recupero di un paio di filari (0.1 ettari) presenti in un appezzamento di famiglia denominato “L’Aietta” (piccola aia dove si svolgevano feste paesane, oggi parte del vigneto) sul lato ovest del paese, sotto le mura di Montalcino con esposizione sud ovest a un’altitudine di 350- 480 metri slm.


Dopo le prime 720 bottiglie della vendemmia 2001, già dall’annata successiva Francesco diventa viticoltore a tutti gli effetti impegnandosi a tempo pieno nell’attività e acquisendo 0.5 ettari nei pressi di Castelnuovo dell’Abate - 350 metri slm, esposizione sud est - nella parte sud del comprensorio su suoli di galestro puro. Nel 2004 continua l’opera di espansione del parco vitato con il recupero di altri 0.4 ettari nella vigna dell’Aietta, ristrutturando gli antichi muretti a secco e predisponendo nuovi impianti ad alberello con un 20% di vecchie viti a piede franco che poggiano su terreni sabbiosi, generati dallo sfaldamento di arenarie ricche di minerali. 
Da tre anni la vigna dell’Aietta viene lavorata senza l’uso di macchine, solo a mano e con il cavallo. 
Le uve per il Rosso di Montalcino provengono dal mix delle due vigne di proprietà, le cui percentuali d’impiego possono variare a seconda dell’annata. Fermentazione con lieviti indigeni e macerazione sulle bucce di una ventina di giorni, mentre l’affinamento si svolge in botti di rovere di Slavonia da 10 Hl per 12 mesi circa. 2.000 le bottiglie prodotte. 


La versione 2016 si veste di un colore rubino intenso di bella luminosità. Il naso apre su note organiche ematico/ferrose, poi terrose e di cuoio, per virare su note più gentili che spaziano dai piccoli frutti rossi ai fiori appassiti e alle erbe secche, dal pepe verde ad accenni balsamici, per chiudere su toni di arancia rossa. Il sorso attacca polposo ma si fa subito tonico e nervoso; bella freschezza acida con trama tannica serrata e arrembante che richiama cibo. Un vino ancora compresso e di esuberanza giovanile, coinvolgente e dalla spiccata personalità. 

Rosso di Montalcino 2016 - Baricci 
Baricci è una realtà storica fondata nel 1955 da Nello Baricci, figura chiave per la zona del Brunello e uno dei 25 soci fondatori del Consorzio nato nel 1967. Ex mezzadro, acquista il Podere Colombaio, versante nord di Montalcino, in una delle zone più significative dell’intera denominazione, la collina di Montosoli, vero e proprio cru, riconosciuto per il suo pregio da almeno cinque secoli. Oggi a guidare l’azienda sono i nipoti di Nello, Federico e Francesco Buffi, che producono circa 30.000 bottiglie all’anno tra Rosso, Brunello e Brunello Riserva. 
Tutte le vigne aziendali, sei appezzamenti accorpati, si sviluppano su 5.5 ettari nella collina di Montosoli. L’altitudine dei vigneti si attesta sui 280 metri slm con esposizione sud est su terreni molto sassosi, drenanti composti da un mix di marne, scisti quarzosi e galestro. Una zona fresca e molto ventilata, in grado di generare vini eleganti e nordici. 
Il Rosso 2016 fermenta con lieviti indigeni e svolge una macerazione sulle bucce che si protrae per due settimane abbondanti. Il vino poi sosta in botti da 20 Hl per circa 8 mesi e affina altri 4 mesi in bottiglia prima di essere commercializzato. 15.000 bottiglie prodotte. 
Nel bicchiere si presenta di un bel rubino luminoso e intenso con lievi riflessi aranciati. Il naso regala un’aromaticità intensa, ma con tratti gentili e armoniosi giocati su toni di amarena, prugna, frutti rossi maturi e sfondo di lieve vaniglia. La bocca è di grande finezza: ingresso pieno e morbido con sviluppo gustativo fresco, saporito e profondo; trama tannica decisa, ma elegante e succosa. Un piccolo Brunello. 


Con la seconda batteria arrivano i Brunello, per primi Fattoi e il Marroneto. 

BATTERIA N.2

Brunello di Montalcino Riserva 2012 - Fattoi
La cantina Fattoi nasce a metà anni ‘60 per mano di Ofelio Fattoi, ex mezzadro di Castello Banfi, che acquista il Podere Capanna nella parte sud ovest della denominazione, a poche centinaia di metri dalla Pieve Santa Restituta (nei pressi della frazione Tavernelle). Le prime vigne vengono piantate tra il 1970 e il 1974. Il podere oggi è gestito da ben tre generazioni di Fattoi, Ofelio con i figli Lamberto e Leonardo e la nipote Lucia, e si distribuisce su 70 ettari tra boschi, vigne (11 ettari, di cui 7 a Brunello), ulivi e seminativo. I vigneti hanno un’età media di 25 anni e producono circa 60.000 bottiglie annue. Le vigne sono esposte a sud ovest a un’altitudine media di 330 metri slm e poggiano su terreni tufacei e galestrosi, poco argillosi, che non temono la siccità. L’area è calda, ma molto ventilata e sente l’influenza della brezza marina proveniente dalla Maremma. 
La Riserva viene prodotta solo quando il millesimo è realmente meritevole e in un numero limitato di bottiglie (3.500 circa). Solitamente si utilizzano le uve della vigna più vecchia, piantata nel ‘74 (meno di 1 ettaro). Le fermentazioni alcolica (svolta con lieviti indigeni) e malolattica avvengono in acciaio, poi il vino matura in botti di rovere francese da 45 Hl e da 10 Hl per circa 3 anni; il restante affinamento si svolge in bottiglia per almeno tre anni prima della commercializzazione. 
Alla vista questo 2012 è luminoso e intenso. Il naso è ampio, ricco e sfaccettato, in bilico tra frutto, spezie e mineralità con richiami di frutti rossi maturi, spezie dolci, tabacco, vaniglia ed erbe aromatiche e una progressione olfattiva che prosegue su accordi balsamici e note di polvere da sparo e grafite. La bocca è ricca e avvolgente, ma al tempo stesso fresca e dinamica, con tannino elegante. Lo sviluppo è succoso e agrumato con finale profondo, armonico e molto lungo.


Brunello di Montalcino 2009 - Il Marroneto
Il Marroneto è situato nella parte nord di Montalcino, accanto alla chiesetta della Madonna delle Grazie, ed è stato acquistato nel 1974 da Giuseppe Mori, padre dell’attuale proprietario Alessandro. Si tratta di un antico casale (della prima metà del ‘200) in cui venivano fatte essiccare le castagne, da qui il nome Marroneto. I primi impianti risalgono al 1975 e la prima vendemmia è del 1980. 
Oggi Il Marroneto conta su poco più di sei ettari vitati per una produzione di circa 30.000 bottiglie annue suddivise tra: Rosso, Brunello e la selezione “Madonna delle Grazie”. Le vigne si sviluppano a ridosso del podere a un’altitudine tra i 350 e i 400 metri slm su suoli sabbiosi di origine marina ricchi di fossili e minerali. 
Per il Brunello la fermentazione avviene in acciaio con lieviti indigeni e macerazione di 11-12 giorni. Il vino matura in botti di rovere da 25 Hl per 39 mesi e affina quasi due anni in bottiglia prima di uscire sul mercato. L’annata 2009, nel complesso calda e valutata con 4 stelle dal Consorzio, ha dato risultati altalenanti nel comprensorio.
Il vino esordisce con un colore granato intenso, il naso è cupo e austero, contratto e introverso: apre su toni terziari di cuoio e sottobosco virando poi su scie calde ed evolute di tamarindo e visciola con leggeri toni balsamici, non evolvendo più di tanto nel bicchiere. La bocca è piena e potente, con tannino deciso e ruvido, quasi sgraziato e scisso dalla struttura. 


BATTERIA N. 3 – GLI OPPOSTI 

Brunello di Montalcino 1995 - Biondi Santi
La storia della Montalcino moderna inizia con Clemente Santi, il primo, nel 1865, a produrre in loco un sangiovese in purezza affinato quattro anni in botte. Venti anni dopo il nipote Ferruccio Biondi Santi eredita Il Greppo e, tre anni dopo, produrrà la mitica Riserva 1888 che, insieme alla 1891, ha fatto nascere il mito della longevità del Brunello. Ferruccio è stato il primo, nel 1927, ad avviare la pratica della ricolmatura delle Riserve, perpetuata nel corso dei decenni da chi ha ereditato l’azienda (da ultimo Franco, scomparso nel 2013), all’insegna di un modus operandi tradizionale seguito anche in cantina, con un approccio da sempre poco interventista. Dopo la cessione al gruppo francese EPI, avvenuta nel 2016 con Jacopo Biondi Santi, la cose prima o poi potrebbero cambiare, ma per ora godiamoci le vecchie bottiglie di Brunello Annata e Riserva ancora disponibili. Da poche settimane è stato definito un ampliamento delle proprietà aziendali nella sottozona San Polo, sei ettari che andranno in parte a sostituire quattro ettari destinati all'estirpo causa mal dell'esca e ad aumentare la produzione da 80.000 a 110.000 bottiglie.
Il Brunello Annata, dopo fermentazione in cemento e tini di legno con lieviti indigeni, passa in botti grandi di varie capacità nella primavera successiva alla vendemmia e vi resta per circa tre anni e mezzo. Il Brunello Biondi Santi si distingue sempre per il tipico profilo sottile ed elegante: un Sangiovese nordico nel cuore di Montalcino.
Il 1995 oggi mostra un colore rubino scarico con leggere sfumature aranciate. Il naso, nitido, preciso e persino sommesso rispetto al compagno di batteria, si esprime su toni di ciliegia matura e confettura di fragola, petali di fiori secchi e arancia rossa, con richiami terziari di caramella mou, sottobosco, liquirizia e tartufo. Il lato gustativo è giocato sulla finezza e la persistenza; la struttura ruota attorno a un tannino setoso e a un’acidità scattante, che rendono il sorso profondo con finale agrumato e salino. 


Brunello di Montalcino 1999 - Siro Pacenti
Siro Pacenti nel 1970 acquista la proprietà Pelagrilli nel settore nord est di Montalcino, ai piedi della collina su cui sorge il paese, su suoli calcarei argillo-sabbiosi. Il 1988 è l’anno in cui entra in azienda il figlio Giancarlo e in cui vengono prodotti per la prima volta un Rosso e un Brunello. Quasi subito Giancarlo dà una svolta all’impostazione aziendale iniziando, per esempio, ad impiegare le barriques per gli affinamenti. 
All’inizio degli anni ’90 vengono accorpati all’azienda cinque ettari di fine anni ‘60 in località Piancornello (a sud di Montalcino, in un microclima più caldo e con suoli ciottolosi di origine fluviale) arrivando ai 22 ettari complessivi attuali. 
Per il Brunello 1999 l'uva proviene in buona parte dalle vigne di almeno 25 anni della sottozona Pelagrilli, con percentuale minoritaria in arrivo da Piancornello. Fermentazione in acciaio inox a temperatura controllata con conseguente affinamento di due anni in barriques. 
La quintessenza dell’estratto (deciso, ma non eccessivo) e della potenza sotto controllo, figlie di una filosofia aziendale, ma anche di un’annata dal taglio caldo come la '99.
Il colore è un granato intenso e luminoso. Notevole e penetrante l’impatto aromatico. Il naso si esprime su note di marasca, sottobosco e liquirizia unite a richiami di spezie dolci e minerali di grafite, il tutto avvolto da un importante corredo balsamico, quasi mentolato. La bocca è densa e voluminosa, compatta, ben supportata da un tannino granitico e da una vibrante acidità. Un vino potente, carnoso e dinamico.

sabato 26 ottobre 2019

LO CHENIN DELLA LOIRA

Ricomincia il tour alla scoperta dei terroirs del vino europeo, svolto in collaborazione con Slow Food Piacenza. 
Alla Stoppa di Rivergaro (Pc) abbiamo girovagato nella parte centrale della Valle della Loira, patria francese dello Chenin, attraverso sei vini di cinque aziende. 
Sei espressioni molto territoriali e molto diverse tra loro all’insegna – volendo proprio trovarci un filo comune - di una sapidità che a tratti si spinge verso sensazioni veramente salate, che talvolta risulta amplificata da acidità importanti, ma in ogni caso percorre i vini come un riverbero continuo e vibrante. 
Altro elemento che accomuna le sei etichette è la gestione ecosostenibile dei vigneti (Biologica, Biodinamica o “naturale”) e un approccio poco interventista in cantina, tratti che del resto caratterizzano ampi tratti della Valle della Loira vitivinicola.


Grazie per le foto ad Antonio Montano.

I vini: 

Goutte d’O 2017 – Sylvain Martinez 
Da un bravo produttore “naturale” (che produce anche un rosso con il raro vitigno corbeau), il Goutte d’O – volutamente senza appellation – vive di chiaroscuri: l’impatto olfattivo iniziale è leggermente ridotto, ma ben presto l’ossigenazione lascia spazio a un naso cangiante fatto di frutti bianchi maturi e di erbe essiccate/fieno, che nel corso della serata si spingeranno verso sensazioni di liquirizia, miele di tarassaco e caramello. Il palato è molto gastronomico, ben definito tra pienezza e succosità, dinamico, profondo e salino. 

Saumur Arcane 2016 – Chateau de Fosse-Seche 
Ormai un nome importante a Saumur, un approdo sicuro per chi cerca bottiglie territoriali complesse e salate come poche altre. 
Naso preciso, persino immediato nel suo frutto agrumato e nei caratteri di erbe aromatiche (mentuccia) con lievi cenni burrosi. In bocca è completo. Pieno, ma scattante e scorrevole, è lungo e molto sapido. Invita a berlo e riberlo. Gustoso. 


Montlouis-sur-Loire Le Premier Rendez-Vous 2013 – Domaine Jousset 
Lise e Bertrand Jousset sono tra i migliori traduttori del terroir di Montlouis. Le Premier Rendez-Vous è frutto dell’assemblaggio di varie parcelle (vecchie vigne) nel tentativo di esprimere tensione, freschezza e bevibilità, ovvero ciò che, secondo i Jousset, uno Chenin secco di Montlouis dovrebbe comunicare. 
Il naso si muove su un registro già parzialmente terziarizzato e di buona complessità, tra note di timo secco, liquirizia, agrumi, pepe bianco e una scia minerale gessosa. Il palato è diritto e ossuto, molto nervoso e sottile, con un’acidità sferzante che domina sul lato sapido.

Savennières Fidés 2015 – Eric Morgat 
Uno degli interpreti di punta della denominazione, Morgat, qui alle prese con una versione quasi borgognona di Savennières, proveniente dalle parcelle aziendali che poggiano su suoli scistosi. 
L'olfatto, espansivo ed elegante al tempo stesso, offre toni di frutta bianca, agrumi, miele, mandorla tostata e vaniglia. Pieno, ma non grasso (con una sensazione generale quasi di burro salato), il palato si muove dinamico e chiude con un finale energico, profondo e saporito. È Savennieres con la sua potenza ed esuberanza, ma gestite su un versante di raffinata complessità. 


Jasnières Calligramme 2011 – Domaine de Bellivière 
L’azienda è una delle punte di diamante, forse LA punta di diamante, di questa piccola appellation settentrionale. 
Frutto di una vendemmia avanzata ma non tardiva, il Calligramme, dal colore paglierino intenso con riflessi dorati, al naso esprime una decisa maturità di frutto giallo (albicocca), agrumi e zenzero canditi, miele di castagno e rabarbaro, con un lieve cenno idrocarburico. L’attacco di bocca lì per lì pare quasi vellutato, ma si fa via via sempre più teso e salato, compatto, con finale secco e lunghissimo. 

Les Tris de la Chapelle 2011 - Chateau de Fosse-Seche 
Da una vendemmia tardiva ed acini completamente botritizzati, un vino che rappresenta un unicum nella storia aziendale, perché in seguito non si sono più verificate in vigna le particolari condizioni di questa annata. La fermentazione si è poi arrestata spontaneamente dopo due anni, bloccandosi a poco meno di 10 gr/l di zuccheri residui. 
Frutti gialli maturi e agrumi canditi, miele millefiori e spezie dolci per un naso accattivante e ricco. La struttura gustativa mostra i muscoli, ma non perde eleganza. Potente, morbida e avvolgente, trova un allungo salino molto persistente, senza che né l’alcol (15%), né gli zuccheri prendano il sopravvento.


giovedì 20 giugno 2019

IL FIANO DI AVELLINO

Ultimo appuntamento del primo ciclo di serate organizzate con Slow Food Piacenza (ad ottobre si riparte) dedicato al Fiano di Avellino, con 8 vini – compreso il Metodo Classico di apertura – degustati al Poggiarello di Statto (Travo, Pc), in Val Trebbia. 
La regione di riferimento del Fiano è senz’altro la Campania (circa 850 ettari coltivati), ma anche la Puglia mostra un certo interesse per il vitigno (che fino a qualche anno fa, peraltro, in questa regione veniva confuso con il Minutolo, in realtà uva del tutto diversa). In Campania sono diversi i territori in cui il Fiano dà ottimi risultati, anche se abbiamo scelto di concentrarci su una zona specifica, quella compresa nella denominazione Fiano di Avellino (DOCG dal 2003), in Irpinia, collocata tra le valli dei fiumi Calore e Sabato e che arriva fino alle pendici del monte Partenio.


Perché il Fiano? Perché tra i bianchi italiani può liberare un carattere complesso e longevo come pochi altri, grazie ad una buccia ricchissima di precursori aromatici che si sviluppano lentamente nel tempo e ad una acidità salata che innerva la struttura e, nei migliori esempi, resiste a lungo. Il Fiano è un fondista che necessita di tempo per carburare ed iniziare ad esprimersi al meglio. 
Parlare di Fiano significa compiere un viaggio nella storia della viticoltura campana. Probabilmente già presente in epoca romana, viene citato per la prima volta in un testo del XIII secolo e a metà del ‘600 vengono proposti i primi tentativi di associare il vitigno ad un territorio specifico, l’attuale comune di Lapio, indicando sostanzialmente il primo Cru della zona. 
Il periodo cha va dall’arrivo della fillossera alle prime due Guerre Mondiali è duro per tutti e il risveglio, dopo la fine della seconda Guerra, si rivela drammatico. Il Fiano è ridotto al lumicino, gli ettari coltivati in viticoltura specializzata si contano sulle dita di una mano. I contadini irpini però non mollano e, grazie alla Napoli bene, continuano a produrre piccole quantità di Fiano. Accade infatti che l’aristocrazia e la medio-alta borghesia napoletana trovino nel Fiano in versione dolce il vino della domenica, il vino della festa, e grazie a ciò il vitigno non si estingue.


Negli anni ’70-’80 Mastroberardino decide di investire su questa varietà facendo realizzare nuovi impianti ai suoi conferitori, cosa che anche Feudi di San Gregorio, dalla seconda metà degli anni ‘80, inizia a fare. Il rinnovato interesse commerciale fa schizzare in alto i prezzi ed il numero di ettari; il mercato tira fino alla crisi dei prezzi di metà anni ‘90 che convince alcuni storici conferitori a mettersi in proprio e a vinificare le uve di proprietà. Tra le piccole neonate realtà, alcune intuiscono le potenzialità di invecchiamento del Fiano, così dal 1997 in poi Guido Marsella e Villa Diamante iniziano ad attendere 12 mesi prima di commercializzare le bottiglie. Nel corso degli anni in tanti adottano lo stesso approccio, fino a che Guido Marsella decide ancora una volta di dare una scossa ed iniziare a vendere il proprio Fiano 24 mesi dopo la vendemmia. 
Oggi la maggior parte delle aziende produce un Fiano giovane d’annata ed una versione “Riserva” (tra virgolette, perché la DOCG non prevede la versione Riserva). 
Tornando alla degustazione, abbiamo degustato 8 Fiano di Avellino di 4 diversi territori, tutti vinificati in acciaio e di annate comprese tra la 2017 e la 2012. Un ringraziamento per le foto della serata ad Antonio Montano. Si parte.


Fiano Particella 928 2017 - Cantina del Barone 
Il primo territorio incontrato nella degustazione è stato quello di Cesinali, quasi un “outsider” della denominazione, per molti anni dedito alla produzione di nocciole, più remunerative della vite. È stata la famiglia Sarno, soprattutto Luigi di Cantina del Barone ad accendere i riflettori su quest’area situata a 350-380 metri slm con suoli di argille calcaree, anche se la parte superficiale (fino a circa 70 cm) è composta da sabbie vulcaniche. Cantina del Barone lavora solo 2.5 ettari di fiano in agricoltura biologica certificata, per una produzione limitata a 15-16.000 bottiglie. 
L’etichetta in questione proviene da 2.800 piante (mezz’ettaro, 3.000 bottiglie totali) dell’omonima particella catastale piantata in comune di Cesinali nel 2001. 
Da una annata calda, dopo fermentazione con lieviti indigeni ed affinamento di 12 mesi prima dell’imbottigliamento, il vino esordisce con un naso inizialmente velato da una lieve riduzione che però, col passar dei minuti, inizia a farsi sempre più espansivo e generoso, con toni di ginestra, frutti gialli, mandorla e fieno. La bocca attacca larga, potente, sviluppandosi con polpa e cremosità; bella sapidità nel finale, con leggero ritorno affumicato. 


Fiano di Avellino 2017 – Pietracupa 

Fiano di Avellino 2015 – Pietracupa 

Fiano di Avellino Aipierti 2015 – Vadiaperti Traerte 
Il secondo territorio rappresenta di fatto un Grand Cru del Fiano: Montefredane, in particolare l’area di contrada Vadiaperti, nella parte più a nord al confine con la zona del Greco di Tufo. Siamo tra i 400 ed i 500 metri slm su suoli tendenzialmente argillosi con presenza di scisto e calcare, escursioni termiche estive accentuate che rendono più precoci le maturazioni ed acidità relativamente alte. 
Tre i vini di quest’area. Interessante sia il confronto tra due annate della stessa azienda - Pietracupa - sia tra la stessa annata di due realtà importanti come Pietracupa e Vadiaperti, che pur avendo vigne confinanti mostrano sempre differenze significative. Per questo vengono considerati i gemelli diversi di Montefredane, per il loro stile quasi opposto, che vede comunque nella grande, immancabile sapidità dei vini un tratto comune e distintivo. 
Pietracupa nasce nel 1990, ma le vigne furono acquistate da Peppino Loffredo nei primi anni ‘70 con la sola pretesa di fare il vino per sé e per gli amici. Con l’arrivo del figlio Sabino nel 1999 si inizia a fare sul serio ed oggi Pietracupa è tra i punti di riferimento del territorio, grazie a vini eleganti ed elettrizzanti. 
La versione 2017 apre con un bel colore paglierino dai riflessi verdognoli; al naso è ancora contratto, ma sprigiona un carattere pietroso e gessoso, corroborato da note agrumate e di fiori bianchi. Nonostante l’annata calda la bocca è lunga e dinamica, arricchita da uno slancio acido-sapido da campione. Vino di eleganza viva e nordica, da risentire negli anni a venire per coglierne l’intera gamma di sfumature oggi ancora parzialmente nascoste. 
Il Fiano 2015 di Sabino Loffredo invece, pur mostrando un filo conduttore con il 2017 (l’impatto minerale “bianco” e roccioso), offre aromi più aperti che uniscono frutto maturo e una componente di cenere in cui emergono anche note di nocciola/burro d’arachidi e lavanda, agrumi e pesca bianca. La bocca è piena, lo sviluppo profondo e reattivo, anche se forse nel finale manca il guizzo del fuoriclasse. 
È la volta di Vadiaperti-Traerte, ovvero della storia di Montefredane, visto che l’azienda agricola è nata agli inizi del’900, anche se la cantina vera e propria ha iniziato ad operare e a vendere con il proprio marchio solo nel 1984, dopo un periodo di conferimento a Mastroberardino. La famiglia Troisi ha avuto in Antonio – detto il Professore – una figura lungimirante, la prima a ritenere le uve di questa zona degne di essere vinificate separatamente. Il figlio Raffaele è entrato in azienda nel 1993 per divenirne il titolare dal 1998, anno della scomparsa di Antonio. Nel 2011 entrano altri due soci che, insieme a Raffaele, danno vita a Traerte (che significa “tra strade di montagna”), aumentando gli ettari vitati ed il numero di bottiglie totali. 
Il Fiano di Avellino Aipierti è di fatto il cru aziendale per il Fiano, prodotto in circa 2.500 bottiglie, che prende nome dal termine dialettale della contrada di origine e che viene prodotto solo con le uve della parte alta della vigna vecchia (1980). L’annata 2015, dopo fermentazione con lieviti indigeni e sosta sui lieviti per 12 mesi circa, si presenta di colore intenso ed appena introverso nei profumi, svelando lì per lì un profilo più cupo e austero rispetto al pari annata di Pietracupa; i profumi di grafite e polvere da sparo poi lasciano spazio a toni più maturi ed evoluti con sensazioni di cereali e frutta gialla. La bocca, ampia e di struttura, si mantiene incisiva grazie alla componente salina, più che all’acidità. 


Fiano di Avellino 2014 – Colli di Lapio 
Lapio è la prima zona produttiva del Fiano citata nella storia e quella che da tempo vanta la maggiore superficie vitata, al punto che al momento di istituire la DOC, nel 1978, per poco non prevalse l’opzione Fiano di Lapio, che in ultimo dovette cedere a Fiano di Avellino (scelta tutto sommata sensata, visto che la denominazione copre ben 26 comuni). Lapio si sviluppa nella parte nord/est della denominazione, zona di confine con il territorio del Taurasi. L’area vede nei versanti più alti (che arrivano a lambire i 600 metri slm), con le maggiori escursioni termiche e la ventilazione più marcata, i migliori risultati in termini di qualità. I suoli sono calcareo-argillosi e sul versante nord, quello più elevato, è presente anche uno spesso strato vulcanico (70-80 cm). 
Qui nasce l’azienda Colli di Lapio. Dopo essere stata conferitrice per Mastroberardino, la cantina vera e propria prende via nel 1994 con Pasquale Romano. La figlia Clelia lo affianca già in quegli anni ed oggi è considerata “la Signora del Fiano”, coadiuvata a sua volta dai figli Carmela e Federico. 
L’annata 2014 – prodotta in circa 50.000 bottiglie – proviene da tre contrade/cru di Lapio: Arianiello - il Grand Cru - Scarpone e Stazzone, in una zona intorno ai 550 metri slm. 
Il lato aromatico, complesso ed elegante, regala nuances agrumate, di mela golden e pesca gialla avvolte da sottili note floreali, di erbe aromatiche e nocciola; lo scorrere dei minuti fa uscire un tocco di vaniglia. La bocca è precisa, compatta e salata, dando allo stesso tempo un’impressione di polpa voluminosa e freschezza, anche se nel finale spuntano caldi sbuffi alcolici. 

credit: www.guidomarsella.com

Brut Contadino – Ciro Picariello 

Fiano di Avellino Ciro 908 2013 – Ciro Picariello 

Fiano di Avellino 2012 – Guido Marsella 
L’aerale di Summonte - alle falde del monte Partenio, nella parte ovest della denominazione - è venuto alla ribalta dopo la metà degli anni ‘90 grazie soprattutto a Guido Marsella prima e, dalla metà degli anni 2000, di Ciro Picariello poi. Fino ad allora la zona era considerata buona soprattutto per le nocciole e le castagne. 
La viticoltura in questo comune occupa in buona parte la fascia attorno ai 600/650 metri slm. I suoli sono composti in prevalenza da calcari dolomitici; sono terreni poveri, poco profondi e che poggiano sulla roccia viva. Il clima è di tipo continentale con elevate escursioni termiche. Sono due le contrade ipoteticamente classificabili come Grand Cru: Campo di Maio e Marroni, dove peraltro sorgono le cantine di Marsella e Picariello. 
I primi 4 ettari di Ciro Picariello risalgono al 1992 ed inizialmente le uve venivano conferite a Feudi di San Gregorio, mentre dal 2004 inizia la vinificazione in proprio. In mezzo, nel 2002, Picariello acquista terreni a Montefredane, località Castelloni, la zona più elevata del comune, e ad Altavilla. 
Nel 2012 nasce “Ciro 906” (3.000 magnum dalle vigne di Summonte, prodotto solo nelle annate migliori ed in vendita dopo il terzo anno dalla vendemmia) che avrebbe dovuto chiamarsi “Summonte 906”, ma il disciplinare impedisce di indicare il nome del comune in etichetta, così Picariello aggiunge il suo nome a quello della particella catastale. Oggi gli ettari vitati aziendali sono ormai 12 ed insieme a Ciro lavorano la moglie Rita, ed i figli, Emma e Bruno. 
Due i vini di Picariello degustati. Il primo, il Metodo Classico Brut Contadino, è stato servito come bicchiere di benvenuto ai presenti e viene prodotto con sole uve di Fiano dopo permanenza sui lieviti di circa 24 mesi. Piacevole nei toni agrumati, poi di frutti e fiori bianchi con leggere scie lievitose e sfumature fumè, mostra un palato appagante che attacca morbido, ma incede agile e scorrevole, dritto e sapido con finale di pompelmo. 
Come penultimo vino della serata invece è stato servito il Fiano di Avellino Ciro 906 2013, ottenuto da una lunga fermentazione a freddo (12-13°C per 60 giorni circa), cui segue affinamento per un anno sulle fecce fini e di due anni in bottiglia. Bel colore paglierino luminoso con riflessi verdognoli; all’olfatto sfoggia subito una mineralità di selce e toni idrocarburici rieslingosi, ma l’ossigenazione svela sfumature più complesse che richiamano gli agrumi, i fiori bianchi, il frutto maturo con note leggermente balsamiche di erbe aromatiche e ancora la nocciola tostata. Il sorso è “nordico”: tonico e scattante, ma anche fine e composto, si sviluppa con eleganza fino ad un finale profondo e saporito. 
Chiusura con il Fiano di Avellino 2012 di Guido Marsella, il primo produttore a credere nelle potenzialità di invecchiamento del Fiano e tra i primi a vinificarne le uve in un periodo - metà anni ‘90 - in cui nessuno scommetteva sulla zona. La prima annata prodotta è stata la 1997 e fin da subito si è fatto notare per una personalità che guardava al Riesling alsaziano: materica, talvolta opulenta, con quella netta e forte nota di cenere che è quasi diventata un marchio di fabbrica. 
Il 2012, dopo fermentazione con lieviti selezionati, ha maturato 12 mesi sui lieviti fini in acciaio. Il colore è un paglierino intenso e luminoso; subito il naso è investito da una nota affumicata intensissima, con richiami torbati e ancor più di legna arsa e di portacenere usato. Con l’ossigenazione il forte timbro minerale tende ad attenuarsi, lasciando spazio a note di ginestra, di frutto maturo giallo e ancora di scorza d’agrumi e miele, terminando con rimandi di mandorla tostata. Un'espressione olfattiva senza compromessi del terroir di provenienza, magari non elegantissima ma comunque complessa e ricca di personalità. La bocca è ampia e potente, carnosa, tonica e di bella energia sapida (più che acida), con finale deciso.

lunedì 15 ottobre 2018

BORGOGNA BIANCA

Lo scorso 12 ottobre è iniziato un percorso di degustazione dedicato a 6 territori che realizzeremo insieme a Slow Food Piacenza in sedi diverse, tra ottobre 2018 ed aprile 2019. Prima tappa dedicata alla Borgogna Bianca.
Borgogna, certo, “bianca”, e va bene, ma di per sé queste informazioni dicono e non dicono. Non esiste IL vino di Borgogna, ma I vini di Borgogna. Dunque alla Taverna del Gusto di Piacenza abbiamo approfondito 5 terroir borgognoni specifici, 4 della Côte de Beaune ed uno del Maçonnais. Se proprio dobbiamo provare ad identificare un filo comune nei vini, a livello organolettico, diremmo di quella speciale, unica sensazione salina che ha percorso tutti i bicchieri dal primo all'ultimo, anche e forse soprattutto nei vini a temperatura ambiente, un'ora dopo essere stati serviti.
Le mappe sono nostre elaborazioni dai siti: www.vins.bourgogne.fr e www.cotedorpdx.com.


Il vino inaugurale – come i 2 seguenti – viene dalla zona sud della Côte de Beaune ed è il Saint-Romain 2014 di Pascal Clement, scoperto proprio grazie ad Andrea Libè della Taverna del Gusto, piccolo nègociant di Savigny-les-Beaune che, dopo esperienze prestigiose in zona (anche da Coche-Dury), nel 2012 ha fondato la propria azienda che vive sia di vigne di proprietà, sia di uve provenienti da una quindicina di fidati conferitori. Spazia dall'AOC di casa, Savigny-les-Beaune, ad altre piccole perle nascoste come Rully e St-Romain (AOC con poco più di 100 ettari in produzione), a Mersault, non facendosi mancare un'etichetta di Pinot Nero dal Grand Cru Corton-Renardes. Da un'annata “classica” che ha esaltato i toni freschi e sprintosi, il suo St-Romain – dai suoli argillo/calcarei di una parcella denominata En Poillange, ad oltre 300 m di altitudine - fermenta in pièce 20% nuove, affina 11 mesi negli stessi legni senza batonnages ed è stato imbottigliato nel mese di settembre 2015. Dopo 3 anni di bottiglia si presenta floreale e minerale (belle note di selce) con rimandi alla radice di liquirizia, ha palato diritto e sviluppo semplice e compatto, ma di una semplicità essenziale, esemplare e sciolta che lo rende un vino sottile di grande bevibilità.


Ci si muove di pochi km con il secondo vino, andando a lambire i territori del mitico Montrachet e dei suoi satelliti, con il Saint-Aubin Les Cortons 1er Cru 2013 di Domaine Larue. I fratelli Didier e Denis insieme ai figli sono validi interpreti del territorio e propongono ben 7 etichette di St-Aubin. Les Cortons non è altro che la parte bassa e più ripida dell'En Remilly, uno dei più emblematici 1er Cru di St-Aubin, sulla stessa collina (ma versante opposto) del Montrachet. Les Cortons fa parte di En Remilly, ma in etichetta è possibile rivendicarne il nome grazie alla storicità del lieu-dit. Qui i suoli vedono la presenza di argille calcaree rossicce tipiche della zona tra Chassagne, Puligny e St-Aubin. Dopo fermentazione in pièce per il 25% nuove ed affinamento di 11 mesi in legno, apre su un naso un po' meno puro del precedente, con frutto appena più largo e note burrose; il palato sembra attaccare grasso e docile, ma cresce nel calice con bella spinta acido-sapida e finale sicuro. Un Saint-Aubin forse meno “roccioso” di ciò che ci saremmo aspettati, più ondivago, ma che regala un sorso molto godibile.


Rispetto al precedente, con il terzo vino ci spostiamo di villaggio, ma in realtà di sole poche centinaia di metri. Immaginiamo di trovarci dentro Les Cortons e di risalire verso la sommità di En Remilly, entrare nel Mont Rachet (nel bosco della collina, del Mont, non del vigneto sottostante) e ridiscendere verso sud in direzione Chassagne. Siamo tra i Grand Cru Montrachet e Criots-Batard Montrachet. Proprio attaccato a quest'ultimo troviamo una vigna di 1.86 ettari chiamata Les Blanchots Dessous, ufficialmente un “village”, ma storicamente considerata a livello di un 1er Cru. Il Domaine Coffinet-Duvernay ne produce una delle due uniche versioni reperibili sul mercato: questa piccola realtà lavora 7 ettari – quasi tutti a Chassagne – e produce circa 30.000 bottiglie. È stata fondata nel 1989 da Laura Coffinet e dal marito Philippe Duvernay, che hanno ereditato dai genitori di Laura il 50% dei vigneti dello storico Domaine Coffinet, nato nel 1860. Lo Chassagne-Montrachet Les Blanchots Dessous 2015, da un'annata calda e “generosa”, parte sfoderando toni leggermente fumé, con rimandi alla frutta secca tostata: ci vorrà ancora qualche anno perché il naso si distenda e si apra del tutto. Il palato ha grande compattezza, volume, ma uno sviluppo articolato che porta ad un finale di notevole lunghezza. Un vino di razza che sprigiona l'elegante potenza di Chassagne.


Arriva poi quello che più o meno è l'intruso della serata, un Pouilly-Fuissé, zona più meridionale in cui si coltiva solo chardonnay, il clima si fa più mediterraneo e la geologia più complessa, con aree che vedono una presenza di granito assente a nord e che ci ricorda come il Beaujolais sia a pochi km da qui. Vini che l'identikit canonico vuole più caldi, ma pur sempre diritti e salati, almeno nei migliori esempi. Una garanzia in questo senso viene dal produttore scelto, Domaine Ferret, storica realtà al vertice della AOC e dal 2008 (quando nella famiglia Ferret si è interrotta la linea ereditaria) acquistato dal négociant Jadot. Prima dell'attuale gestione tecnica nelle mani di Audrey Braccini, Jeanne Ferret prima e Colette poi avevano creato e perseguito una classificazione interna dei vigneti aziendali che vedeva indicati come “Horse Classe” i migliori siti. Da un “Horse Classe”, che sarà ufficialmente 1er Cru dalla vendemmia 2019, proviene il vino degustato, il Pouilly-Fuissé Hors Classe Tournant de Pouilly 2013 (due parcelle di poco meno di 1 ettaro complessivo nella zona nota come Vers Pouilly - esposizione prevalente est, ma la parte alta della costa gira verso nord est - con vigne in media sessantenni), che alza il livello della maturità e della concentrazione. Dopo 9 mesi in legno 33% nuovo e 5 mesi in inox, pur in annata fresca, la mediterraneità di questo pezzo di Maçonnais si esprime in pieno, con un naso che alterna toni di burro di arachidi e di macedonia di frutta a sfumature più erbacee, ma soprattutto attraverso un palato grasso che si articola con veemente spinta sapida ed un finale molto saldo. Grande vino in cui la potente struttura non pregiudica la beva.


Infine, si va a nord, quasi ai confini con la Côte de Nuits, tra Aloxe-Corton e Pernand-Vergelesses con lo Charlemagne 2014 di Domaine de la Vougeraie, realtà fondata nel 1999 dalla famiglia Boisset, che oggi gestisce ben 34 ettari di proprietà tra Côte des Nuits e Côte de Beaune.
Ebbene sì, abbiamo scritto Charlemagne, non Corton-Charlemagne. Charlemagne è una denominazione con una storia unica che, al momento, viene rivendicata solo dalla Vougeraie (in passato anche Jadot e Chanson l'hanno utilizzata) e nel 1937 fu creata per dare un contentino a Pernand-Vergelesses, che perse la disputa con Alox-Corton su chi avrebbe potuto utilizzarla. 5 anni dopo le cose cambiarono ed anche a Pernand-Vergelesses fu data la possibilità di rivendicare la prestigiosa appellation Corton-Charlemagne, ma nessuno ha di fatto mai eliminato l'appellation Charlemagne. Quest'ultima può essere prodotta in 5 sous-climat, tra Alox e Pernand, nei quali si può produrre anche Corton-Charlemagne (le due AOC dunque in parte si sovrappongono e chi possiede parcelle in questi 5 sous-climat può scegliere in quale delle due appellazioni Grand Cru ricadere), che a sua volta invece può provenire da ben 9 sous-climat di 3 comuni: i due già noti più Ladoix-Serrigny. Possedendo 0.49 ettari suddivisi in 2 parcelle nei sous-climat noti come Le Charlemagne (vigne degli anni '50 e '90) e En Charlemagne (vigne degli anni '50, tardiva esposizione a sud ovest) La Vougeraie ha potuto scegliere, optando per la più rara Charlemagne.


Proveniente da Agricoltura Biodinamica (praticata, ma non certificata), dopo 16 mesi in legno per il 40% nuovo e circa 18 mesi di bottiglia, il vino si presenta come quello più indietro nello sviluppo e quello che ha necessitato di più tempo per aprirsi, guadagnando complessità, piacevolezza ed un'articolazione più lineare dalla sosta nel bicchiere che via via andava scaldandosi. Un grandissimo vino con apertura su toni tostati che ricordano il croccante alle nocciole, poi la vaniglia ed una mineralità ben fusa che si palesa in pregevoli toni affumicati; lo sviluppo è ampio e voluminoso, anche se comprensibilmente ancora compresso, con eccellente tenuta sul fronte dell'acidità. Finale con chiusura di grande verve e lunghissima persistenza.