sabato 26 ottobre 2019

LO CHENIN DELLA LOIRA

Ricomincia il tour alla scoperta dei terroirs del vino europeo, svolto in collaborazione con Slow Food Piacenza. 
Alla Stoppa di Rivergaro (Pc) abbiamo girovagato nella parte centrale della Valle della Loira, patria francese dello Chenin, attraverso sei vini di cinque aziende. 
Sei espressioni molto territoriali e molto diverse tra loro all’insegna – volendo proprio trovarci un filo comune - di una sapidità che a tratti si spinge verso sensazioni veramente salate, che talvolta risulta amplificata da acidità importanti, ma in ogni caso percorre i vini come un riverbero continuo e vibrante. 
Altro elemento che accomuna le sei etichette è la gestione ecosostenibile dei vigneti (Biologica, Biodinamica o “naturale”) e un approccio poco interventista in cantina, tratti che del resto caratterizzano ampi tratti della Valle della Loira vitivinicola.


Grazie per le foto ad Antonio Montano.

I vini: 

Goutte d’O 2017 – Sylvain Martinez 
Da un bravo produttore “naturale” (che produce anche un rosso con il raro vitigno corbeau), il Goutte d’O – volutamente senza appellation – vive di chiaroscuri: l’impatto olfattivo iniziale è leggermente ridotto, ma ben presto l’ossigenazione lascia spazio a un naso cangiante fatto di frutti bianchi maturi e di erbe essiccate/fieno, che nel corso della serata si spingeranno verso sensazioni di liquirizia, miele di tarassaco e caramello. Il palato è molto gastronomico, ben definito tra pienezza e succosità, dinamico, profondo e salino. 

Saumur Arcane 2016 – Chateau de Fosse-Seche 
Ormai un nome importante a Saumur, un approdo sicuro per chi cerca bottiglie territoriali complesse e salate come poche altre. 
Naso preciso, persino immediato nel suo frutto agrumato e nei caratteri di erbe aromatiche (mentuccia) con lievi cenni burrosi. In bocca è completo. Pieno, ma scattante e scorrevole, è lungo e molto sapido. Invita a berlo e riberlo. Gustoso. 


Montlouis-sur-Loire Le Premier Rendez-Vous 2013 – Domaine Jousset 
Lise e Bertrand Jousset sono tra i migliori traduttori del terroir di Montlouis. Le Premier Rendez-Vous è frutto dell’assemblaggio di varie parcelle (vecchie vigne) nel tentativo di esprimere tensione, freschezza e bevibilità, ovvero ciò che, secondo i Jousset, uno Chenin secco di Montlouis dovrebbe comunicare. 
Il naso si muove su un registro già parzialmente terziarizzato e di buona complessità, tra note di timo secco, liquirizia, agrumi, pepe bianco e una scia minerale gessosa. Il palato è diritto e ossuto, molto nervoso e sottile, con un’acidità sferzante che domina sul lato sapido.

Savennières Fidés 2015 – Eric Morgat 
Uno degli interpreti di punta della denominazione, Morgat, qui alle prese con una versione quasi borgognona di Savennières, proveniente dalle parcelle aziendali che poggiano su suoli scistosi. 
L'olfatto, espansivo ed elegante al tempo stesso, offre toni di frutta bianca, agrumi, miele, mandorla tostata e vaniglia. Pieno, ma non grasso (con una sensazione generale quasi di burro salato), il palato si muove dinamico e chiude con un finale energico, profondo e saporito. È Savennieres con la sua potenza ed esuberanza, ma gestite su un versante di raffinata complessità. 


Jasnières Calligramme 2011 – Domaine de Bellivière 
L’azienda è una delle punte di diamante, forse LA punta di diamante, di questa piccola appellation settentrionale. 
Frutto di una vendemmia avanzata ma non tardiva, il Calligramme, dal colore paglierino intenso con riflessi dorati, al naso esprime una decisa maturità di frutto giallo (albicocca), agrumi e zenzero canditi, miele di castagno e rabarbaro, con un lieve cenno idrocarburico. L’attacco di bocca lì per lì pare quasi vellutato, ma si fa via via sempre più teso e salato, compatto, con finale secco e lunghissimo. 

Les Tris de la Chapelle 2011 - Chateau de Fosse-Seche 
Da una vendemmia tardiva ed acini completamente botritizzati, un vino che rappresenta un unicum nella storia aziendale, perché in seguito non si sono più verificate in vigna le particolari condizioni di questa annata. La fermentazione si è poi arrestata spontaneamente dopo due anni, bloccandosi a poco meno di 10 gr/l di zuccheri residui. 
Frutti gialli maturi e agrumi canditi, miele millefiori e spezie dolci per un naso accattivante e ricco. La struttura gustativa mostra i muscoli, ma non perde eleganza. Potente, morbida e avvolgente, trova un allungo salino molto persistente, senza che né l’alcol (15%), né gli zuccheri prendano il sopravvento.


giovedì 20 giugno 2019

IL FIANO DI AVELLINO

Ultimo appuntamento del primo ciclo di serate organizzate con Slow Food Piacenza (ad ottobre si riparte) dedicato al Fiano di Avellino, con 8 vini – compreso il Metodo Classico di apertura – degustati al Poggiarello di Statto (Travo, Pc), in Val Trebbia. 
La regione di riferimento del Fiano è senz’altro la Campania (circa 850 ettari coltivati), ma anche la Puglia mostra un certo interesse per il vitigno (che fino a qualche anno fa, peraltro, in questa regione veniva confuso con il Minutolo, in realtà uva del tutto diversa). In Campania sono diversi i territori in cui il Fiano dà ottimi risultati, anche se abbiamo scelto di concentrarci su una zona specifica, quella compresa nella denominazione Fiano di Avellino (DOCG dal 2003), in Irpinia, collocata tra le valli dei fiumi Calore e Sabato e che arriva fino alle pendici del monte Partenio.


Perché il Fiano? Perché tra i bianchi italiani può liberare un carattere complesso e longevo come pochi altri, grazie ad una buccia ricchissima di precursori aromatici che si sviluppano lentamente nel tempo e ad una acidità salata che innerva la struttura e, nei migliori esempi, resiste a lungo. Il Fiano è un fondista che necessita di tempo per carburare ed iniziare ad esprimersi al meglio. 
Parlare di Fiano significa compiere un viaggio nella storia della viticoltura campana. Probabilmente già presente in epoca romana, viene citato per la prima volta in un testo del XIII secolo e a metà del ‘600 vengono proposti i primi tentativi di associare il vitigno ad un territorio specifico, l’attuale comune di Lapio, indicando sostanzialmente il primo Cru della zona. 
Il periodo cha va dall’arrivo della fillossera alle prime due Guerre Mondiali è duro per tutti e il risveglio, dopo la fine della seconda Guerra, si rivela drammatico. Il Fiano è ridotto al lumicino, gli ettari coltivati in viticoltura specializzata si contano sulle dita di una mano. I contadini irpini però non mollano e, grazie alla Napoli bene, continuano a produrre piccole quantità di Fiano. Accade infatti che l’aristocrazia e la medio-alta borghesia napoletana trovino nel Fiano in versione dolce il vino della domenica, il vino della festa, e grazie a ciò il vitigno non si estingue.


Negli anni ’70-’80 Mastroberardino decide di investire su questa varietà facendo realizzare nuovi impianti ai suoi conferitori, cosa che anche Feudi di San Gregorio, dalla seconda metà degli anni ‘80, inizia a fare. Il rinnovato interesse commerciale fa schizzare in alto i prezzi ed il numero di ettari; il mercato tira fino alla crisi dei prezzi di metà anni ‘90 che convince alcuni storici conferitori a mettersi in proprio e a vinificare le uve di proprietà. Tra le piccole neonate realtà, alcune intuiscono le potenzialità di invecchiamento del Fiano, così dal 1997 in poi Guido Marsella e Villa Diamante iniziano ad attendere 12 mesi prima di commercializzare le bottiglie. Nel corso degli anni in tanti adottano lo stesso approccio, fino a che Guido Marsella decide ancora una volta di dare una scossa ed iniziare a vendere il proprio Fiano 24 mesi dopo la vendemmia. 
Oggi la maggior parte delle aziende produce un Fiano giovane d’annata ed una versione “Riserva” (tra virgolette, perché la DOCG non prevede la versione Riserva). 
Tornando alla degustazione, abbiamo degustato 8 Fiano di Avellino di 4 diversi territori, tutti vinificati in acciaio e di annate comprese tra la 2017 e la 2012. Un ringraziamento per le foto della serata ad Antonio Montano. Si parte.


Fiano Particella 928 2017 - Cantina del Barone 
Il primo territorio incontrato nella degustazione è stato quello di Cesinali, quasi un “outsider” della denominazione, per molti anni dedito alla produzione di nocciole, più remunerative della vite. È stata la famiglia Sarno, soprattutto Luigi di Cantina del Barone ad accendere i riflettori su quest’area situata a 350-380 metri slm con suoli di argille calcaree, anche se la parte superficiale (fino a circa 70 cm) è composta da sabbie vulcaniche. Cantina del Barone lavora solo 2.5 ettari di fiano in agricoltura biologica certificata, per una produzione limitata a 15-16.000 bottiglie. 
L’etichetta in questione proviene da 2.800 piante (mezz’ettaro, 3.000 bottiglie totali) dell’omonima particella catastale piantata in comune di Cesinali nel 2001. 
Da una annata calda, dopo fermentazione con lieviti indigeni ed affinamento di 12 mesi prima dell’imbottigliamento, il vino esordisce con un naso inizialmente velato da una lieve riduzione che però, col passar dei minuti, inizia a farsi sempre più espansivo e generoso, con toni di ginestra, frutti gialli, mandorla e fieno. La bocca attacca larga, potente, sviluppandosi con polpa e cremosità; bella sapidità nel finale, con leggero ritorno affumicato. 


Fiano di Avellino 2017 – Pietracupa 

Fiano di Avellino 2015 – Pietracupa 

Fiano di Avellino Aipierti 2015 – Vadiaperti Traerte 
Il secondo territorio rappresenta di fatto un Grand Cru del Fiano: Montefredane, in particolare l’area di contrada Vadiaperti, nella parte più a nord al confine con la zona del Greco di Tufo. Siamo tra i 400 ed i 500 metri slm su suoli tendenzialmente argillosi con presenza di scisto e calcare, escursioni termiche estive accentuate che rendono più precoci le maturazioni ed acidità relativamente alte. 
Tre i vini di quest’area. Interessante sia il confronto tra due annate della stessa azienda - Pietracupa - sia tra la stessa annata di due realtà importanti come Pietracupa e Vadiaperti, che pur avendo vigne confinanti mostrano sempre differenze significative. Per questo vengono considerati i gemelli diversi di Montefredane, per il loro stile quasi opposto, che vede comunque nella grande, immancabile sapidità dei vini un tratto comune e distintivo. 
Pietracupa nasce nel 1990, ma le vigne furono acquistate da Peppino Loffredo nei primi anni ‘70 con la sola pretesa di fare il vino per sé e per gli amici. Con l’arrivo del figlio Sabino nel 1999 si inizia a fare sul serio ed oggi Pietracupa è tra i punti di riferimento del territorio, grazie a vini eleganti ed elettrizzanti. 
La versione 2017 apre con un bel colore paglierino dai riflessi verdognoli; al naso è ancora contratto, ma sprigiona un carattere pietroso e gessoso, corroborato da note agrumate e di fiori bianchi. Nonostante l’annata calda la bocca è lunga e dinamica, arricchita da uno slancio acido-sapido da campione. Vino di eleganza viva e nordica, da risentire negli anni a venire per coglierne l’intera gamma di sfumature oggi ancora parzialmente nascoste. 
Il Fiano 2015 di Sabino Loffredo invece, pur mostrando un filo conduttore con il 2017 (l’impatto minerale “bianco” e roccioso), offre aromi più aperti che uniscono frutto maturo e una componente di cenere in cui emergono anche note di nocciola/burro d’arachidi e lavanda, agrumi e pesca bianca. La bocca è piena, lo sviluppo profondo e reattivo, anche se forse nel finale manca il guizzo del fuoriclasse. 
È la volta di Vadiaperti-Traerte, ovvero della storia di Montefredane, visto che l’azienda agricola è nata agli inizi del’900, anche se la cantina vera e propria ha iniziato ad operare e a vendere con il proprio marchio solo nel 1984, dopo un periodo di conferimento a Mastroberardino. La famiglia Troisi ha avuto in Antonio – detto il Professore – una figura lungimirante, la prima a ritenere le uve di questa zona degne di essere vinificate separatamente. Il figlio Raffaele è entrato in azienda nel 1993 per divenirne il titolare dal 1998, anno della scomparsa di Antonio. Nel 2011 entrano altri due soci che, insieme a Raffaele, danno vita a Traerte (che significa “tra strade di montagna”), aumentando gli ettari vitati ed il numero di bottiglie totali. 
Il Fiano di Avellino Aipierti è di fatto il cru aziendale per il Fiano, prodotto in circa 2.500 bottiglie, che prende nome dal termine dialettale della contrada di origine e che viene prodotto solo con le uve della parte alta della vigna vecchia (1980). L’annata 2015, dopo fermentazione con lieviti indigeni e sosta sui lieviti per 12 mesi circa, si presenta di colore intenso ed appena introverso nei profumi, svelando lì per lì un profilo più cupo e austero rispetto al pari annata di Pietracupa; i profumi di grafite e polvere da sparo poi lasciano spazio a toni più maturi ed evoluti con sensazioni di cereali e frutta gialla. La bocca, ampia e di struttura, si mantiene incisiva grazie alla componente salina, più che all’acidità. 


Fiano di Avellino 2014 – Colli di Lapio 
Lapio è la prima zona produttiva del Fiano citata nella storia e quella che da tempo vanta la maggiore superficie vitata, al punto che al momento di istituire la DOC, nel 1978, per poco non prevalse l’opzione Fiano di Lapio, che in ultimo dovette cedere a Fiano di Avellino (scelta tutto sommata sensata, visto che la denominazione copre ben 26 comuni). Lapio si sviluppa nella parte nord/est della denominazione, zona di confine con il territorio del Taurasi. L’area vede nei versanti più alti (che arrivano a lambire i 600 metri slm), con le maggiori escursioni termiche e la ventilazione più marcata, i migliori risultati in termini di qualità. I suoli sono calcareo-argillosi e sul versante nord, quello più elevato, è presente anche uno spesso strato vulcanico (70-80 cm). 
Qui nasce l’azienda Colli di Lapio. Dopo essere stata conferitrice per Mastroberardino, la cantina vera e propria prende via nel 1994 con Pasquale Romano. La figlia Clelia lo affianca già in quegli anni ed oggi è considerata “la Signora del Fiano”, coadiuvata a sua volta dai figli Carmela e Federico. 
L’annata 2014 – prodotta in circa 50.000 bottiglie – proviene da tre contrade/cru di Lapio: Arianiello - il Grand Cru - Scarpone e Stazzone, in una zona intorno ai 550 metri slm. 
Il lato aromatico, complesso ed elegante, regala nuances agrumate, di mela golden e pesca gialla avvolte da sottili note floreali, di erbe aromatiche e nocciola; lo scorrere dei minuti fa uscire un tocco di vaniglia. La bocca è precisa, compatta e salata, dando allo stesso tempo un’impressione di polpa voluminosa e freschezza, anche se nel finale spuntano caldi sbuffi alcolici. 

credit: www.guidomarsella.com

Brut Contadino – Ciro Picariello 

Fiano di Avellino Ciro 908 2013 – Ciro Picariello 

Fiano di Avellino 2012 – Guido Marsella 
L’aerale di Summonte - alle falde del monte Partenio, nella parte ovest della denominazione - è venuto alla ribalta dopo la metà degli anni ‘90 grazie soprattutto a Guido Marsella prima e, dalla metà degli anni 2000, di Ciro Picariello poi. Fino ad allora la zona era considerata buona soprattutto per le nocciole e le castagne. 
La viticoltura in questo comune occupa in buona parte la fascia attorno ai 600/650 metri slm. I suoli sono composti in prevalenza da calcari dolomitici; sono terreni poveri, poco profondi e che poggiano sulla roccia viva. Il clima è di tipo continentale con elevate escursioni termiche. Sono due le contrade ipoteticamente classificabili come Grand Cru: Campo di Maio e Marroni, dove peraltro sorgono le cantine di Marsella e Picariello. 
I primi 4 ettari di Ciro Picariello risalgono al 1992 ed inizialmente le uve venivano conferite a Feudi di San Gregorio, mentre dal 2004 inizia la vinificazione in proprio. In mezzo, nel 2002, Picariello acquista terreni a Montefredane, località Castelloni, la zona più elevata del comune, e ad Altavilla. 
Nel 2012 nasce “Ciro 906” (3.000 magnum dalle vigne di Summonte, prodotto solo nelle annate migliori ed in vendita dopo il terzo anno dalla vendemmia) che avrebbe dovuto chiamarsi “Summonte 906”, ma il disciplinare impedisce di indicare il nome del comune in etichetta, così Picariello aggiunge il suo nome a quello della particella catastale. Oggi gli ettari vitati aziendali sono ormai 12 ed insieme a Ciro lavorano la moglie Rita, ed i figli, Emma e Bruno. 
Due i vini di Picariello degustati. Il primo, il Metodo Classico Brut Contadino, è stato servito come bicchiere di benvenuto ai presenti e viene prodotto con sole uve di Fiano dopo permanenza sui lieviti di circa 24 mesi. Piacevole nei toni agrumati, poi di frutti e fiori bianchi con leggere scie lievitose e sfumature fumè, mostra un palato appagante che attacca morbido, ma incede agile e scorrevole, dritto e sapido con finale di pompelmo. 
Come penultimo vino della serata invece è stato servito il Fiano di Avellino Ciro 906 2013, ottenuto da una lunga fermentazione a freddo (12-13°C per 60 giorni circa), cui segue affinamento per un anno sulle fecce fini e di due anni in bottiglia. Bel colore paglierino luminoso con riflessi verdognoli; all’olfatto sfoggia subito una mineralità di selce e toni idrocarburici rieslingosi, ma l’ossigenazione svela sfumature più complesse che richiamano gli agrumi, i fiori bianchi, il frutto maturo con note leggermente balsamiche di erbe aromatiche e ancora la nocciola tostata. Il sorso è “nordico”: tonico e scattante, ma anche fine e composto, si sviluppa con eleganza fino ad un finale profondo e saporito. 
Chiusura con il Fiano di Avellino 2012 di Guido Marsella, il primo produttore a credere nelle potenzialità di invecchiamento del Fiano e tra i primi a vinificarne le uve in un periodo - metà anni ‘90 - in cui nessuno scommetteva sulla zona. La prima annata prodotta è stata la 1997 e fin da subito si è fatto notare per una personalità che guardava al Riesling alsaziano: materica, talvolta opulenta, con quella netta e forte nota di cenere che è quasi diventata un marchio di fabbrica. 
Il 2012, dopo fermentazione con lieviti selezionati, ha maturato 12 mesi sui lieviti fini in acciaio. Il colore è un paglierino intenso e luminoso; subito il naso è investito da una nota affumicata intensissima, con richiami torbati e ancor più di legna arsa e di portacenere usato. Con l’ossigenazione il forte timbro minerale tende ad attenuarsi, lasciando spazio a note di ginestra, di frutto maturo giallo e ancora di scorza d’agrumi e miele, terminando con rimandi di mandorla tostata. Un'espressione olfattiva senza compromessi del terroir di provenienza, magari non elegantissima ma comunque complessa e ricca di personalità. La bocca è ampia e potente, carnosa, tonica e di bella energia sapida (più che acida), con finale deciso.

giovedì 16 maggio 2019

RIESLING: ITALIA-GERMANIA

Torniamo a parlare di Riesling (qui il racconto della precedente serata) grazie alla nuova degustazione  del ciclo realizzato con Slow Food Piacenza (ciclo quasi giunto al termine, in giugno l’ultimo appuntamento dedicato ai Fiano campani). 
Un confronto ridotto alle sole Italia e Germania: sei vini di altrettanti territori, tre contro tre. Anzi sette, compreso un intruso tedesco inizialmente non previsto. 
Ospiti a La Tosa di Vigolzone, patria della Malvasia di Candia aromatica, abbiamo sondato il lato “secco”, o trocken, della faccenda, pressoché d’obbligo quando si parla di Riesling Renano prodotti in Italia, ma tutt’altro che scontato quando si va in Germania, nazione della quale abbiamo provato - tra gli altri - due Grosses Gewaechs ed un Erstes Gewaechs, equivalenti ad ipotetici Grand Cru vinificati secchi.


Le prime citazioni scritte sul vitigno, a metà del ‘300, si trovano in Rheingau e sempre in questa regione (ad ovest di Francoforte) nella prima metà del ‘700 avviene la svolta per la valorizzazione del riesling in Germania, con la totale riconversione varietale di Schloss Johannisberg ed in contemporanea il decreto del Principe di Fulda che obbliga i proprietari viticoli del Rheingau a piantare riesling. Da qui in poi quasi tutte le attenzioni si concentrano su questa varietà. 
E in Italia? In quegli anni il riesling non è ancora pervenuto, bisognerà attendere circa 150 anni. 
Nel frattempo il vitigno in Germania assume sempre più importanza, arrivando a vivere – dalla seconda metà dell’800 – una vera e propria epoca d’oro in cui i vini di Rheingau e Mosella si collocano nel gotha dei vini europei. Più o meno in quegli stessi anni, finalmente, il riesling arriva anche in Italia (nel sud Tirolo, in realtà, all’epoca non ancora “Italia”) e per alcuni decenni si tenta di comprendere come gestire l’oggetto misterioso arrivato da nord. I risultati non sembrano dei più incoraggianti, visti i commenti degli enologi dell’epoca, che paragonano i Riesling sud tirolesi ai Marsala, più che ai vini renani. 
Poi arrivano in rapida successione la fillossera e le Guerre Mondiali. Dopo, la ripartenza sarà difficile per tutti e l’epoca d’oro del Riesling tedesco termina, arrivando a toccare il fondo (di qualità e immagine) negli anni ’70-’80 del secolo scorso in particolare proprio nella regione del Rheingau. Grazie ad alcune aziende private finalmente la situazione inizia a cambiare e, nel giro di quindici-venti anni, torna florida. Oggi, dall’inizio degli anni ’00 il Riesling teutonico sta vivendo una seconda epoca d’oro.


Anche in Italia - Alto Adige e Piemonte - all’inizio degli anni ’90 del '900 qualcosa di importante inizia a muoversi. In particolare si assiste ai primi, veri tentativi di piantare vigneti progettati per produrre Riesling di elevata qualità (per 100 anni in Alto Adige, il “nostro” vitigno è presente solo come varietà da taglio). Per un approfondimento sul tema vi rimandiamo qui. 
L’Italia dunque vive un netto ritardo nella valorizzazione del riesling, che però - pur non appartenendo del tutto alla tradizione del Bel Paese - continua ad affascinare i viticoltori per la grande sfida che esso rappresenta. 
Prima di raccontare i Riesling degustati, un doveroso, seppur fugace, cenno ad una bottiglia del padrone di casa Stefano Pizzamiglio, la Malvasia Sorriso di Cielo 2009, degustata in chiusura di serata, ennesima conferma di quanto questo vitigno solo con gli anni riesca ad esprimere davvero tutte le proprie potenzialità. Ne riparleremo.
Come sempre quando si parla di Riesling questo post viene pubblicato in contemporanea su questo blog e su www.rieslingarten.blogspot.it.
Buona lettura.


BATTERIA N.1: ITALIA

VAL VENOSTA UNTERORTL 2017 – CASTEL JUVAL
Una delle aziende italiane di riferimento quando si parla di Riesling (sono ben quattro le etichette rieslingose prodotte, tutte di alto livello), ma anche una delle prime in Alto Adige e in Val Venosta – all’inizio degli scorsi anni ’90 – a credere nelle potenzialità del vitigno. 
Il vino più giovane, ed anche il più contratto, tra i sette degustati, ma tra gli italiani è probabilmente quello con le maggiori potenzialità. Al naso è ampio: subito agrumato, si allarga verso note di mela verde, fiori di sambuco e pesca gialla, in un contesto lievemente balsamico con rimandi rocciosi. Ha palato strutturato ma elegante, diritto e cristallino, con una propulsione gustosa, salata e fresca.

TERRE LARIANE SOLESTA 2015 – LA COSTA
Dal territorio che non ti aspetti, Brianza lecchese, Val Curone, a due passi da Monza e Milano, un progetto affascinante e visionario voluto dalla famiglia Crippa, che oltre ad un buon Riesling realizza anche un Pinot Nero sorprendente. 
Da un’annata calda e ricca, un vino che si esprime in toni vanigliati combinati con sensazioni di idrocarburi, gesso, selce, agrumi maturi, miele millefiori ed erbe aromatiche. In bocca si sviluppa pieno e con buona articolazione, animato da una forza salina che allunga la persistenza e torna in un finale elegante e ben risolto.

VALLE ISARCO KAITON 2012 – KUENHOF
Altra azienda di culto del Riesling prodotto in Italia, pioniera nella zona di Bressanone e nella Valle Isarco tutta, apprezzata dagli appassionati per l’etichetta Kaiton, tra i più longevi esempi “nostrani” di Riesling. 
Idrocarburo evidente (il vino più idrocarburico della serata) completato da scie speziate (pepe bianco) e di frutta matura (ananas). Il palato attacca largo, ma è saldo e sapido. Comunque appagante, mostra un'incedere più compassato del solito; incide con buona progressione salina anche se senza il consueto, tonico allungo a cui il Kaiton ci ha abituato.


BATTERIA N. 2: GERMANIA

NIEDERHAUSER HERMANNSHÖHLE 2012 – DÖNNHOFF
L’azienda che ha trasformato la Nahe da una Cenerentola in una tra le zone più intriganti e apprezzate della Germania viticola. Dopo Donnhoff, nulla è stato più come prima, soprattutto a partire dalla fine degli anni ’90-inizio anni ’00. L’Hermannshohle è il più importante vigneto della regione, in grado di generare alcuni tra i più grandi bianchi europei.
Appena stappato sprigiona note di lychee quasi da gewurztraminer, ma l’ossigenazione fa emergere altre sfaccettature e nel complesso, rispetto ad un assaggio risalente a due anni fa, la dolcezza di frutto ha fatto un passo indietro per cedere spazio ad un più austero lato minerale, gessoso e sassoso, completato da una sfumatura quasi balsamica che sfiora la canfora e da rimandi agrumati e tropicali. Palato ricco e potente, ma anche articolato: molto saporito, ravvivato da una acidità viva e armonica, chiude con un finale lungo e profondo.

FORSTER UNGEHEUER 2010 – MOSBACHER
Da uno dei “Grand Cru” di Forst, nel Pfalz, paesino con una concentrazione impressionanti di grandi vigne. L’Ungeheuer è il sito in cui i coniugi Mosbacher esprimono probabilmente il meglio della loro produzione, contrassegnata da vini precisi e territoriali.
Bottiglia che vive di contrasti e di tratti quasi schizofrenici, nel senso che il naso sprigiona principalmente toni caldi (frutti giallo-arancioni maturi, dall’albicocca secca all’ananas) con una appena accennata sensazione idrocarburica sullo sfondo, ma in bocca – dopo un attacco pieno e avvolgente – libera un’acidità sferzante quasi violenta, rinforzata da sensazioni di lime, che deve ancora integrarsi al meglio. Nervoso e stimolante, rappresenta al meglio gli estremi della vendemmia 2010.

HOCHHEIMER KIRCHENSTÜCK 2005 – KÜNSTLER
Un classico del Rheingau, Kunstler, che nelle vigne situate accanto alla chiesa di Hochheim, in una zona relativamente calda, realizza vini di immediata espressività ma che possono durare (e migliorare) nel tempo.
Impatto olfattivo “caldo”, su toni di miele di castagno e persino accenni di dattero e fico secco, poi chinotto candito e lieve liquirizia, per virare infine su toni di pasticceria e pietra focaia. Bocca glicerinosa e potente, ma compatta e salina (più che acida) e con finale ben risolto. Bottiglia più rassicurante della precedente, anch'essa fedele traduzione del territorio e dell’annata.


VINO A SORPRESA...


RUDESHEIMER BERG ROSENECK KABINETT 1986 – BREUER
La famiglia Breuer è un pezzo di storia del Riesling trocken tedesco e Bernhard – papà di Theresa, attuale proprietaria - in particolare è stato tra i promotori di Charta, pionieristica associazione nata negli anni ’80 che ha dato il la alla rinascita dei Riesling “secchi” tedeschi.
Una bottiglia che compirà presto 33 anni. Bel colore, tanto per cominciare, appena dorato con riflessi vivi e luminosi. Naso giustamente evoluto, che dalle lievi sensazioni fungine avvertite nei primi secondi post stappatura, si sposta presto su sensazioni di agrumi maturi/canditi (bergamotto), poi croccantino, confettura di rabarbaro ed infine lievi note balsamiche. Il palato sfoggia grande equilibrio: esile e agile, oggi si muove con movenze leggiadre grazie ad una acidità e ad un ormai appena avvertibile residuo zuccherino perfettamente integrati nella struttura. Chiude salino e, ancora, con cenni agrumati. Complesso e di disarmante bevibilità. Solo i grandi ci riescono.

giovedì 28 marzo 2019

IL SANGIOVESE DI RADDA IN CHIANTI

Nuovo appuntamento con il viaggio nel mondo del vino che stiamo compiendo insieme a Slow Food Piacenza in varie sedi della provincia. Stavolta è toccato al Sangiovese di Radda in Chianti, raccontato e soprattutto degustato presso l’Azienda Vitivinicola Lusenti di Ziano P.no. 
Radda, dunque, uno dei tre comuni storici (gli altri sono Gaiole e Castellina) la cui superficie vitata, circa 700 ettari suddivisi tra poco più di trenta aziende, ricade interamente nella Denominazione Chianti Classico e tra questi quello con le maggiori altitudini medie: la Vigna Istine e la vigna del Baron’Ugo, assaggiate stasera, ad esempio si spingono rispettivamente fino a 550 e 570 metri slm. 
Certamente i quasi 600 metri delle vigne più alte di Radda ritardano le maturazioni, accentuano le escursioni termiche e spingono sulle acidità, ma sono bilanciati da una radiazione solare intensa e poco schermata; tanta luce, insomma, che si combina all’altitudine per creare un mix unico in grado di generare vini che coniugano polpa e freschezza in modo mirabile, con la finezza di tocco che quasi sempre predomina sui muscoli.



In qualche modo Radda è attuale, quindi. In un’epoca in cui chi può cerca di spostarsi in alto o sui versanti freschi per evitare surmaturazioni ed eccessi alcolici, il comune chiantigiano si trova in una posizione potenzialmente di vantaggio per affrontare il cambiamento climatico. 
Cinque vini divisi in due batterie, prima i Chianti Classico poi le Riserve ed i SuperTuscan. Si parte. 

PRIMA BATTERIA 

Chianti Classico Vigna Istine 2014 – Istine 
Angela Fronti recentemente ha vinto la settima edizione del prestigioso premio “Giulio Gambelli”, massimo esperto del Sangiovese scomparso nel 2012, riservato ai migliori enologi under 40 che più si avvicinano allo spirito di “bicchierino” Gambelli: rispetto della materia prima, capacità di esaltare il territorio, l’annata e la varietà. 
Non a caso in questa versione di Vigna Istine, Angela Fronti è riuscita a fotografare magistralmente un’annata complicata come il 2014. 
Dunque, apertura della serata con un vino aggraziato, lineare e scorrevole, di eleganza quasi beverina proveniente dalla Vigna Istine, 5 ettari piantati nel 2002 e situati tra 480 e 550 metri slm. Naso di delicata florealità completata da un frutto dai toni agrumati; palato slanciato e leggiadro chiuso da un finale fresco e saporito.


Chianti Classico 2015 – Val delle Corti 
Roberto Bianchi ha tradotto nel bicchiere l’andamento climatico di un’annata calda e ricca ben mitigata dalla feschezza del terroir raddese. Da vigne di circa 20 anni piantate in una porzione di territorio particolarmente fresca con esposizione est, il vino si presenta con un colore più carico e intenso del compagno di batteria e con un naso dal frutto più ricco e carnoso con rimandi ferrosi/minerali ed un legno che all’inizio copre leggermente il resto. Palato strutturato e quasi grosso, ampio e – per il contesto raddese - di importante (ma compatta) muscolatura tannica. Bel finale salino per un vino ancora compresso; un finto ”base” che troverà distensione nel tempo. 



SECONDA BATTERIA 

Baron’Ugo 2013 – Monteraponi 
Da una vigna piantata nel 1974, che fino al 2005 è stata utilizzata per rinfrescare le rotondità del Cru Campitello (collocato a “soli” 420 metri slm, in un microclima più caldo), Baron’Ugo nasce con l’annata 2006, quando Michele Braganti ha deciso di vinificare il cru separatamente. Prodotta non in tutte le annate (ad oggi sono saltate la 2008 e la 2014), nata come Chianti Classico Riserva e declassata per scelta aziendale dal 2012, è un’etichetta dalla storia recente (la vigna però, è bene ricordarlo, oggi ha 45 anni) ma che si è già conquistata un posto d’onore tra i vini più rappresentativi di Radda. 
Fermentazione spontanea in cemento con conseguente affinamento di circa tre anni in botte grande. 
Di finezza quasi borgognona, nel bicchiere si veste di un colore rubino con riflessi granata lievemente scarico e all’olfatto vive di chiaroscuri complessi: grafite e sassi si alternano ai toni fruttati della ciliegia e dei fiori secchi, liberando anche nuances di erbe aromatiche e spezie. La silhouette gustativa è snella, ma solida, profonda e molto persistente. Entra nel palato sottile, quasi in punta di piedi, per poi espandersi in tutta la sua vibrante energia. Un vino che non vive di effetti speciali, esprimendosi al contrario in un carattere di raffinata essenzialità. 


Chianti Classico Riserva il Campitello 2013 – Monteraponi 
Inevitabile, anzi appositamente cercato, il confronto con il vino precedente, di pari annata ma ottenuto da una vigna adiacente posta ad altitudine superiore in un microclima più fresco. Molto simile la vinificazione, che nel caso del Campitello prevede un affinamento in botti grandi di durata inferiore (25-26 mesi). 
Dalla vigna “bassa” ecco un bicchiere più caldo, materico ed evoluto (una delle tre bottiglie aperte persino troppo evoluta). Il naso, dopo opportuna ossigenazione, si sposta dalle note di frutto maturo (marasca) verso toni che dal rabarbaro si spingono fino al legno di cedro e al sottobosco. Palato che attacca rotondo per svilupparsi con importante struttura, più di peso che di eleganza, ma con finale innervato da un bel contrasto acido/sapido. 


Le Pergole Torte 2014 – Montevertine 
Nell’anno di nascita dei SuperTuscan (1968, con Sassicaia e Vigorello) Sergio Manetti piantava il vigneto de Le Pergole Torte, la cui prima annata ufficiale sarà il 1977. Il vino omonimo è stato il primo SuperTuscan da sangiovese 100% e da sempre è emblema dell’eleganza raddese. 
Oggi prodotto dalle vigne storiche 50enni ed in parte anche da vigne di venti anni, Le Pergole Torte va incontro a fermentazione con lieviti indigeni in cemento vetrificato e successivo affinamento di 12 mesi in barriques, più altri 12 mesi in botti grandi di rovere di Slavonia. 
In un’annata difficile, Martino Manetti (figlio del fondatore) rilascia un vino arioso che si presenta con un colore rubino scarico di bellissima luminosità. Il naso è centrato su scie olfattive floreali e fruttate (ribes rosso e rosa canina) e su speziature dolci nitide e cangianti. Palato fine e suadente, slanciato e lungo (più che largo), elegante e forse più esile del solito, ma pieno di energia sapida levigata da tannini ben risolti ed ulteriormente ravvivata da scie agrumate.


giovedì 14 febbraio 2019

NEBBIOLO NORDICO: L'ALTO PIEMONTE

All’Agriturismo Battibue di Fiorenzuola d’Arda (Pc), gestito dalla famiglia Bisagni, abbiamo ripreso il viaggio nel mondo del vino europeo insieme a Slow Food Piacenza. Quarta tappa dedicata ai Nebbiolo dell’Alto Piemonte. 
L’Alto Piemonte è una macro-area molto vasta che solo per comodità viene racchiusa in un unico calderone, ma che in realtà offre al proprio interno una diversificazione pedo-climatica importante. 
Tante province viticole che si estendono dalla base del Monte Rosa fino alla parte settentrionale della pianura padana, passando per le risaie novaresi e vercellesi. Un susseguirsi di situazioni climatiche e geologiche che influenzano profondamente i risultati enologici. 
Ma se esiste un Alto Piemonte ce ne sarà pure uno Basso che, guarda caso, è proprio quello a cui di solito viene associato automaticamente il nebbiolo: le Langhe (anche se ormai pare certo come il nebbiolo si sia affacciato prima tra Alto Piemonte e Valtellina e solo in seguito sia sceso verso l’attuale provincia di Cuneo). Vediamo dunque le principali differenze tra le due aree, distanti 130-140 km in linea d’aria. 
In Alto Piemonte piove di più, fa più freddo e le escursioni termiche giorno/notte sono maggiori rispetto alle Langhe. Questo comporta un ritardo delle maturazioni e profili organolettici più giocati sulla finezza e la freschezza, meno sulla concentrazione tannica.


Fino a qui il clima, perché anche i suoli sono diversissimi, hanno una matrice molto differente e pH quasi opposti, nel senso che se in Alto questi ultimi sono intorno a 4 (acidi), anche meno a Boca, in Basso sono al contrario molto più alti (subalcalini). Se poi nelle Langhe prevalgono argille e marne calcaree (a tratti sabbie marine), in Alto Piemonte la faccenda cambia. Ad esempio, limitandosi alle denominazioni protagoniste della serata, a Boca ci sono porfidi rosa e graniti, a Ghemme troviamo suoli morenici argillosi e ciottolosi, mentre a Lessona dominano sabbie di origine vulcanica. 
Quindi anche all’interno dell’Alto Piemonte le differenze non mancano e se a Boca i caratteri dei vini sono nordici, con esiti più sottili, quasi ossuti nella annate più fresche, a Ghemme le strutture si allargano facendosi più muscolari, pur senza arrivare alle possanze langarole, mentre a Lessona troviamo gli approcci apparentemente più morbidi e setosi anche se animati da grandi sapidità. 
L’alto Piemonte da alcuni anni sta vivendo una rinascita dopo decenni di crisi che l’ha portato sulle soglie dell’estinzione. Da serbatoio vinicolo del Piemonte con oltre 40.000 ettari in produzione tra fine ‘800 e inizio ‘900 a Cenerentola dove le vigne, ridotte a poche centinaia di ettari alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, erano state mangiate dai boschi (l’opposto di quello che negli ultimi anni è avvenuto in Langa).


Cosa era successo? 
Prima la fillossera e poi le Guerre Mondiali, il tutto inframezzato da una devastante grandinata nei primi anni del ‘900, avevano messo in ginocchio i viticoltori che hanno così scelto di abbandonare le campagne per entrare nelle grosse fabbriche (tessili e non solo) nate nel corso dei decenni. Ancora oggi a girar per queste zone quasi si fatica a percepire che ci si trova in una zona vitivinicola, perché spesso i filari si nascondono tra un bosco ed un quartiere residenziale, vanno scovate. Per fortuna negli ultimi 15-20 anni il trend negativo è mutato e, poco a poco, gli ettari hanno ricominciato ad aumentare. Molto del merito va ad uno svizzero tedesco, anzi due. 
Cristoph Künzli, importatore di vini, arriva a Boca a metà anni ’90, si innamora della zona e dei vini del Sig. Cerri. Coinvolge un amico (che scomparirà alcuni anni dopo), rileva vigne e cantina, fonda Le Piane e – un po’ grazie ai suoi contatti commerciali internazionali, un po’ grazie alla qualità dei  vini – rimette Boca e più in generale tutto l’Alto Piemonte sotto i riflettori. Oggi a Boca si è passati dai 10 ettari del 1999 (erano 4.000 all’inizio del ‘900) ai 25-26 attuali. Qualcosa si è mosso. Anche in termini di curiosità e di interesse. Le capacità espressive dei Nebbiolo dell’Alto Piemonte, l’”altro” nebbiolo che qui viene chiamato "spanna", alternativo a quello delle Langhe negli ultimi tempi hanno spinto un produttore iconico come Roberto Conterno (Giacomo Conterno) ad investire a Gattinara, rilevando la storica azienda Nervi. Qualcosa continua a muoversi, dunque.


Prima di iniziare con il racconto della degustazione un grande ringraziamento a tutti i produttori, che si sono dimostrati entusiasti e molto disponibili (Tiziano Mazzoni, tra l’altro, ci ha spedito due forme di Maccagn di diverse stagionature, nell’intento di offrire una quadro ancora più completo del territorio), altro segnale della voglia e dell’entusiasmo che oggi si respira in queste terre. 
Le foto dei vigneti e delle cantine sono in parte di Luca, in parte ci sono state fornite direttamente dalle aziende o sono state prese dalle pagine Facebook aziendali. La foto iniziale è di Antonio Montano.


Sei vini divisi in due batterie da tre. Si parte.

BATTERIA N°1 

Si parte con i tre Ghemme. I primi due sono di Tiziano Mazzoni, la cui azienda è situata a Cavaglio d’Agogna, pochi km da Ghemme, ed è stata fondata nel 1999 da Tiziano e dalla moglie Rita, oggi affiancati dal figlio Gilles. 4,5 ettari di vigneti per una produzione media annua di circa 15.000 bottiglie. 

Ghemme dei Mazzoni 2013 – Tiziano Mazzoni 
2.500 bottiglie ottenute dalle vigne più giovani della tenuta dopo due anni di affinamento in botte grande. 
Probabilmente il vino più giovanile e contratto della serata. Il naso - che offre note di rosa, ciliegia e piccoli frutti rossi con cenni agrumati - anticipa una struttura compressa che deve trovare distensione nell’incastro tra acidità e tannini (ancora spigolosi) mostrando un carattere nervoso e di buona stoffa potenziale. 

Ghemme Ai Livelli 2011 – Tiziano Mazzoni 
Solo 1.500 bottiglie per la selezione di casa Mazzoni, proveniente dalle viti più mature (circa 35 anni) della sottozona Livelli e dopo macerazione di 40 giorni con affinamento in tonneaux e botte grande più due anni in bottiglia. 
Il naso apre su note di frutta matura, visciole, spezie dolci e sottobosco su sfondo di polvere di grafite. La bocca è ricca e avvolgente, appena scaldata dall’alcol e con tannini maturi più distesi rispetto al vino precedente. Potente e solido, ha muscoli non debordanti. L’alcol c’è e non si nasconde, ma senza che il tono generale salga sopra le righe grazie ad uno sviluppo dinamico con finale scattante e salino. 

Ghemme Collis Breclemae 2007 – Antichi Vigneti di Cantalupo 
La famiglia Arlunno ha origini viticole storiche, ma la Antichi Vigneti di Cantalupo viene fondata solo nel 1977 da Carlo Arlunno, mentre dal 1981 è gestita da Alberto Arlunno. L’azienda si sviluppa su 35 ettari di vigneti e produce 180.000 bottiglie; possiede parcelle tramandate per generazioni ed altre acquisite negli ultimi 45 anni in alcuni tra i migliori cru del Ghemme: Baraggiola, Rossini, Breclemae, Carellae, Ai Livelli, Roccolo Maiolo e Ronco San Pietro. 
7.000 bottiglie prodotte per il Collis Breclemae, etichetta nata nel 1979 e che prende il nome dal villaggio medievale di Breclema alle porte di Ghemme. Vendemmia nella seconda metà di ottobre ed affinamento in botte grande per 36 mesi. 
Colore rubino scarico con riflessi leggermente aranciati che anticipa un naso cangiante e complesso: dai frutti rossi ai frutti esotici, arancia rossa e spezie dolci per poi virare su toni di erbe aromatiche e terrosi con sviluppo balsamico. La bocca è ampia ed offre una silhouette sapida ravvivata da tannini vivi ed eleganti con finale succoso. Meno arrembante dei primi due vini mostra un’eleganza a tratti persino borgognona. 

BATTERIA N°2 

Seconda batteria che ci porta sulle montagne russe, perché si parte da un complesso e più caldo Lessona al mondo rarefatto e più “freddo” dei Boca, unici vini della serata prodotti con piccole % di uve extra-nebbiolo (vespolina e uva rara). 

Lessona Tanzo 2011 – Pietro Cassina 
Piccola azienda a gestione famigliare nata nel 2000 per volere di Pietro Cassina, che lasciata la carriera di architetto si immerge in questa avventura vitivinicola. Nel 2006 costruisce una nuova cantina costruita su tre livelli per sfruttare la gravità ed evitare l’uso di pompe. Le vigne si sviluppano su sei ettari dislocati attorno alla Cascina Chignalungo ed affondano le proprie radici su terreni sabbiosi di origine vulcanica. 
Il Tanzo è prodotto da vigne rivolte a Sud-Est/Sud-Ovest, a 290 metri sul livello del mare. Dopo un inizio della fermentazione spontanea, la macerazione sulle bucce si protrae per una decina di giorni a temperatura controllata. Il vino matura in botti ovali da 15 – 25 Hl (rovere austriaco e svizzero) per 36 mesi e ben quattro anni in bottiglia. 
Colore scarico, ma luminoso, dai riflessi aranciati; naso complesso dove un frutto maturo in sottofondo lascia spazio a toni di fiori appassiti, di rabarbaro ed eucalipto, liquirizia e spezie (pepe) per virare su piacevoli note di tabacco, legno di cedro e sottobosco. L’attacco al palato è suadente e largo, persino accogliente, e amplificato da un tannino setoso che via via lascia spazio alla sapidità e al finale vivo, profondo e di saporita mineralità. 

Boca 2013 – Barbaglia 
Sergio Barbaglia e la figlia Silvia portano avanti questa piccola realtà famigliare fondata nel 1946 che oggi è arrivata alla terza generazione, impegnata nella gestione di circa 4,5 ettari immersi nell’area del Boca e delle Colline Novaresi. Tanto rigoroso, riservato (ma anche sperimentatore) Sergio, quanto vulcanica ed espansiva Silvia; sembrano due facce della stessa medaglia in grado di compensarsi e sorreggersi a vicenda. Silvia rappresenta quella giovane generazione motivata e positiva che tanto sta facendo – anche in giro per il mondo – nel raccontare ed esportare l’immagine e le potenzialità del suo territorio. 
3.500 bottiglie prodotte per questo assemblaggio di nebbiolo (80%) e vespolina (20%). Vendemmia tra metà settembre ed inizio ottobre; il vino fermenta in acciaio con macerazione di due settimane e matura in botti di rovere per 24 mesi e in bottiglia per 12 mesi. 
Colore rubino scarico molto brillante, con i profumi che emergono discreti su note di piccoli frutti scuri – cassis – floreali e vegetali (erbe aromatiche, menta) con sfondo minerale. 
Fa il paio con il Ghemme 2013 della prima batteria: entrambi giovanili, così come il primo oggi mette in mostra tannini mordaci, questo è più giocato sull’acidità, decisa e serrata. In generale un palato essenziale e lineare, apparentemente semplice ma di austero stampo nordico chiuso da un finale salino. 

Nei primi anni ’60 del ‘900 Ermanno Conti coltiva un sogno da visionario, così nel 1963 con l’aiuto della moglie Mariuccia, inizia a costruirsi con sacrificio e grande volontà il proprio “castello” con annessa cantina per la produzione e l’affinamento del Boca. Boca da lungo invecchiamento, peraltro, in controtendenza con i prodotti ricercati all’epoca. 
Dal 2006 sono le tre figlie, Anna, Paola ed Elena, a prendere in mano le redini aziendali per continuare il lavoro iniziato dai genitori. L’approccio in vigna ed in cantina è del tutto naturale. I vigneti sorgono ad un’altitudine tra i 400 e 500 m slm e sono: Mottogrande (0,6 ha), Cappelle (0,2 ha), mentre nel 2017 è stata impiantata una nuova vigna, il Pettirosso (1,5 ha), terreno acquistato dai Conti negli anni ’80 perché zona storicamente considerata vocata per la vite. 
Il Boca 1985 è figlio di una grande annata del secolo scorso e, anche se non conosciamo i dettagli delle vinificazioni dell’epoca, quasi certamente la % di nebbiolo è leggermente inferiore a quella odierna e dovrebbe assestarsi intorno al 70% (il resto è in prevalenza vespolina).


Bel colore granato trasparente luminoso dai riflessi aranciati e molto integro. Il naso si svela in una fase di elegante evoluzione che lascia presagire ulteriori sviluppi; oggi alterna frutti rossi e arancia sanguinella, sottobosco e ferro, rabarbaro e tabacco lasciando spazio con l’ossigenazione a note marine di scoglio. 
Il palato è un capolavoro di finezza e incisività: pieno ed elegante al tempo stesso, non mostra i muscoli, ma si distende armonico e sciolto con un’acidità (matura ma vibrante) ed un tannino (fine e sottile) perfettamente integrati. La chiusura è profonda, complessa e appagante con un finale vivo e salato.