martedì 5 febbraio 2019

SONNENFEUER: IL RIESLING RENANO

Inizio febbraio scoppiettante all’insegna del Riesling Renano. Siamo tornati a Villa Barattieri (Albarola, Pc) per una carrellata emozionante dedicata ad uno dei grandi vitigni mondiali tradotto in dodici versioni provenienti da diversi territori europei.
Ottimo l'accompagnamento gastronomico preparato dalla famiglia Barattieri per i vini, tutti secchi, o trocken, ad esclusione dell’ultimo, che ha fatto storia a sé ed è stato servito a bottiglia scoperta a differenza dei primi undici, serviti alla cieca. 
Semplificando, per livello di maturità delle uve e di residuo zuccherino quasi tutti i vini equivalevano più o meno alla tipologia spätlese trocken, tranne una sorta di auslese trocken ed un kabinett trocken (quest’ultimo appartenente in senso letterale alla categoria).


Perché questi vini e queste tipologie? Perché questi Riesling in particolare vanno bevuti come fossero dei Barolo, vanno degustati con calma ed alcuni di loro danno il meglio scaldandosi nel bicchiere, come i migliori bianchi di Borgogna. Vini sempre cangianti e multiformi, talvolta imprevedibili e selvatici che rifuggono le definizioni di comodo, perché non esiste IL Riesling, esistono I Riesling, ciascuno con il proprio carico di luci, respiri, fiammate e chiaroscuri caratteriali.
"Sonnenfeuer, Sternengold, kuehlen Mondlichtschein", cioè "il fuoco del sole, l'oro delle stelle, il freddo del chiaro di luna", come sintetizzato tanto tempo fa da un oscuro poeta della Mosella.


Nota a margine: eccezionalmente il post verrà pubblicato in contemporanea qui e sul blog rieslinGarten, l'unico blog in lingua italiana dedicato al vitigno renano.
Un ringraziamento a Dr. Buerklin-Wolf e a Nicola Libelli - attuale kellermeister dell'azienda di Wachenheim - per la foto del grappolo di riesling.
Tre batterie da quattro. Si parte. 

Batteria N°1 

Loibenberg Smaragd 2017 – ALZINGER (Wachau, Austria) 
Nel tempo Alzinger ha imposto uno stile meno opulento rispetto a quello dei suoi vicini, grazie a vini più fini e gentili, raramente espliciti in gioventù.Vibranti e decisi, più che ricchi, decisi ma senza bisogno di alzare la voce. 
La maggior parte delle uve utilizzate per questa etichetta, affinata in grandi botti di legno, proviene da una parcella chiamata “Rauenheck” (cioè “luogo difficile”), dal microclima fresco. 
Vino dai tratti ancora compressi e giovanili, con toni agrumati e di mela verde balsamica, sviluppo gustativo sottile, fresco e lineare. Probabilmente il vino più semplice della serata per articolazione, una bottiglia gustosa e quasi “beverina” in questo contesto, in pieno stile Alzinger.


Alto Adige Val Venosta Untertortl 2016 – CASTEL JUVAL (Val Venosta, Italia) 
L’azienda è nota, oltre che per essere uno dei punti di riferimento del Riesling in Italia, anche per essere di proprietà dell’alpinista Reinhold Messner che, insieme a Gisela e Martin Aurich (che gestiscono l’azienda) l’ha fondata nel 1992. Le uve per l’etichetta denominata “Unterortl” crescono in una zona ventosa e soleggiata a 650 metri s.l.m., prevalentemente da una parcella di 0.5 ettari piantata nel 1992 e parzialmente dal Cru Windbichel. In cantina tutte le lavorazioni vengono svolte in acciaio inox con controllo della temperatura in fase fermentativa ed il vino affina sui lieviti fino all’imbottigliamento. 
Bottiglia che esprime al meglio la capacità di unire polpa ed eleganza tipica dei migliori vini della Val Venosta. Naso relativamente già aperto su toni nitidi di pesca gialla, pompelmo e sasso bagnato, con rimandi idrocarburici e tropicali. Palato di medio corpo, compatto e saporito, animato da una piacevole spina acido-sapida.


Hermannshohle 2016 – DÖNNHOFF (Nahe, Germania) 
L’azienda di punta della Nahe, piccola regione viticola portata alla notorietà internazionale proprio da Helmut Dönnhoff, che, seppur ancora presente in azienda, ha ormai ceduto la gestione al figlio Cornelius. 
Da sempre considerata tra le migliori vigne di tutta Germania, l’Hermannshohle (esteso in tutto per quasi nove ettari) si trova a Niederhäuser. La vigna poggia su un ripido pendio posto proprio in corrispondenza di una curva secca del fiume Nahe, che le dà una esposizione sud/sud ovest. L’impianto dei Dönnhoff - proprietari di 3.5 ettari nel Cru, oltre un terzo del totale - è degli anni '50 e si trova ad una altitudine di 130-175 metri slm con pendenza media del 50%; suolo di ardesia grigio-nera con tessitura a prevalenza argillosa e presenza di rocce ignee estrusive, porfido e calcare. 
Il vino, dopo fermentazione e affinamento in acciaio e grandi botti di legno (1.200 e 2.400 litri di capacità), si mostra arioso e di grande respiro, soprattutto al palato, oggi il lato migliore di questo giovane fuoriclasse. Il naso, pur non esprimendo ancora appieno la sua enorme potenzialità, regala toni di zagara e pesca, mentre la parte gustativa è tonica, potente e sfodera una dinamica complessa che chiude con una lunghissima sensazione quasi di burro salato.


Unendlich Smaragd 2017 – F.X. PICHLER (Wachau, Austria) 
Il produttore simbolo della Wachau, grazie a vini che combinano grande concentrazione, dinamismo ed eleganza. Con l'annata 1998 F.X. Pichler fa uscire la summa della propria filosofia vitivinicola: il Riesling Unendlich (“infinito” in tedesco). L’Unendlich – equivalente ad una auslese trocken - non proviene da un’unica vigna, ma dall’assemblaggio di diversi appezzamenti (di solito la scelta è tra Loibenberg, Steinertal, Kellerberg ed Hohereck) in % diverse a seconda dell’annata, talvolta scegliendo solo due o tre tra questi vigneti, selezionando di volta in volta i grappoli più maturi e concentrati. Il 2017 è stato prodotto solo dai Cru Loibenberg e Kellerberg. Vendemmia a metà novembre e vinificazioni parcellari. Dopo la fermentazione alcolica, le vasche sono state assemblate in botti grandi per un affinamento di sette-otto mesi a contatto con le fecce fini. 
Vino che rischierebbe l’opulenza e l’esagerazione in mano altrui, ma che nelle mani dei Pichler riesce a mantenere vigore e solidità. Colto a pochi mesi dall’imbottigliamento, subito si esprime con sbuffi tropicali (frutto della passione e maracuja) che dominano il quadro aromatico, poi lavanda, salvia e pesca: al naso quasi un incrocio tra un Riesling, un Moscato/Malvasia di Candia aromatica ed un Gewürztraminer. Il palato attacca grasso e denso, l’alcol si fa sentire, ma il finale è sostenuto da una notevole sapidità (più che acidità) che allunga il vino riverberandone le sensazioni aromatiche.



Batteria N°2 

Abstberg kabinett trocken 2008 – MAXIMIN GRUNHAUSER (Ruwer, Germania) 
Tra i Cru monopole che compongono questa storica azienda della Ruwer (valle laterale della Mosella), quello da sempre più importante è l’Abstberg (14 ettari). Vitata da circa un millennio, questa porzione di collina presenta un sottosuolo con ardesia grigio-blu del Devoniano, esposizione sud est-sud ovest e una pendenza che a tratti arriva a toccare il 70%. 
Il 2008 è stata vendemmia fresca e abbastanza tardiva con concentrazioni zuccherine senza eccessi ed acidità ottimali per le categorie kabinett e spatlese. L’Abstberg kabinett trocken 2008 ha fermentato con lieviti indigeni in fuder prodotti da foreste di proprietà, con successivo affinamento sulle fecce fino all’imbottigliamento. 
Un piccolo-grande classico, questa bottiglia, molto Ruwer e specchio fedele dell’annata. Il naso - entrato in fase terziaria – è ispido e complesso: alterna toni fungini e da polvere da sparo, di miele di castagno e confettura di rabarbaro e susine gialle, di camomilla ed idrocarburi, con un sottofondo gassoso-sulfureo. Il palato è ossuto e verticale in confronto agli altri. Attacca con discreta morbidezza, poi si articola affilato e sottile, giocando più sull’acidità che sulla sapidità e chiudendo con freschezza.


Alto Adige Valle Isarco Kaiton 2013 – KUENHOF (Valle Isarco, Italia) 
La prima azienda a valorizzare il Riesling in Valle Isarco, con il primo impianto di due ettari nel 1993 ed i primi imbottigliamenti nel 1996. Il Kaiton è uno dei Riesling italiani più longevi ed essenziali; le vigne si trovano principalmente sul colle Lahner, con tre diversi anni di impianto: 1993, 2003 e 2006. Le due parcelle del 1993 si trovano una a 500 metri dall’azienda con esposizione sud est, mentre l’altra è sulla riva opposta del fiume (esposizione sud ovest). La parte del 2003 è collocata a poche decine di metri dall’azienda, mentre la vigna più recente, del 2006, terrazzata, si trova ad altitudine più elevata – 700 metri – in una zona boscosa che storicamente non fa parte del maso. Suoli: sabbia argillosa e rocce scistose con substrato di ardesia. Vinificazione: fermentazione con lieviti indigeni 80% in acciaio e 20% in acacia, affinamento sui lieviti per 7 mesi. 
Il naso mostra i primi cenni evolutivi sottoforma di maggior apertura e note idrocarburiche e di croccante alle nocciole, completate da toni iodati e sulfurei, di selce, erbe aromatiche e scorze di arancia. Dai tratti austeri e quasi severi, il palato esprime potenza ben controllata da un'adeguata, vigorosa spinta salata.


Doctor 2013 – WWE. DR. THANISCH/ERBEN THANISCH (Mosella, Germania) 
Storica azienda fondata nel 1636 che ha legato i suoi destini al Doctor, di cui è la realtà di riferimento. Il Doctor è uno dei sei-sette vigneti mitici (e storicamente il più caro per valore fondiario) della Mosella. Uno dei pochi, veri Grand Cru rimasti. Esteso per soli 3.2 ettari dietro il campanile di Berncastel, a 150-200 metri slm, gode di una calda esposizione a sud-sud ovest con pendenze estreme (65%) su suoli ricchi di ardesia blu scuro (quasi nerastra, in certi punti) con buona presenza di argilla che conferisce potenza ai vini. Parte delle vigne sono centenarie e non innestate. 
Dr. Thanisch è uno dei pochissimi fortunati a possedere una o più parcelle nella vigna.
Il Doctor 2013 è stato prodotto in quantità limitatissime (650 bottiglie) e deriva da fermentazione spontanea in fuder (botti di legno da 1.000 litri) di circa 40 anni. Al naso – centrato su un carattere “dolce” a cui sembra mancare un tocco di complessità - emergono netti toni di miele d'acacia e fiori gialli, confettura di albicocca e marzapane. In bocca dà il meglio di sé e lascia presagire un luminoso futuro; essenziale e lungo, si sviluppa compatto fino a un finale in cui trovano spazio eleganti scie minerali.


Marcobrunn 2012 – SCHLOSS SCHÖNBORN (Rheingau, Germania) 
Il Castello di Schönborn, a pochi km da Geisenheim, è un pezzo di storia della regione e della Germania tutta: esiste dal 1349, anno in cui appaiono le prime testimonianze di acquisizioni di vigneti da parte dell’omonima famiglia. Nel corso dei secoli la proprietà si è ingrandita fino ai 50 ettari odierni quasi interamente piantati a riesling. 
Il Marcobrunn è tra i più importanti vigneti di tutto il Rheingau: sette ettari esposti a sud a bassa altitudine e a breve distanza dal Reno (tra 90 e 100 metri slm), su marne terziarie e loess argilloso con presenza di miche. A fine '800 i vini del Rheingau erano tra i più cari al mondo e nei ristoranti londinesi i Marcobrunn venivano venduti al doppio degli Champagne di Cliquot, a poco più di Lafite e al pari del solo Yquem, unico in grado di raggiungere gli stessi prezzi. 
Quasi un tocco di zafferano a circondare un frutto polposo che si spinge verso territori maturi/canditi; palato glicerinoso, accogliente e rassicurante, ma ravvivato da scie sapide. Piacevole anche se un po' carente in termini di tensione.


Batteria N° 3

Clos Sainte Hune 2009 – TRIMBACH (Alsazia, Francia) 
I vini dei Trimabch sono noti per il loro stile secco, elegante e diritto, “gastronomico”, sui Riesling così come sui Gewürztraminer e le etichette prodotte dagli altri vitigni. 
Il Clos St-Hune è un Clos Monopole di 1.67 ettari incastonato nel Grand Cru Rosacker, ad Hunawihr. Di proprietà della famiglia da oltre due secoli, è stato vinificato ed etichettato a parte per la prima volta nel 1919. 
L’esposizione è a sud/sud est con suoli argillo-calcarei pietrosi del Muschelkalk, una sequenza di strati di roccia sedimentaria risalenti a 240-230 milioni di anni fa, sostanzialmente calcare conchilifero e rocce dolomitiche ad alto contenuto di calcio. La vigna – 60 anni l’età media – è stata piantata con densità di 5.500 piante/ettaro ed è potata con il sistema del Guyot doppio. 
Fermentazione alcolica in acciaio inox a temperatura controllata e niente fermentazione malolattica. Tutto l’affinamento viene svolto in acciaio inox. Il vino viene imbottigliato l’anno successivo alla vendemmia, ma affina cinque-sei anni in bottiglia prima dell’immissione al consumo (attualmente è appena uscita l’annata 2013). 
Come spesso capita con il S.te-Hune, il naso non è esattamente la prima cosa che colpisce i sensi. Inizialmente lievi note di solvente, poi agrumi maturi e torroncino, gesso con l’ossigenazione che fa uscire le componenti minerali. Ciò che colpisce da subito, invece, è il palato: misurato ma implacabile, sfodera un'eleganza borgognona (anzi, no, da Clos Ste-Hune) chiusa da un finale interminabile e profondo.


Kirchenstück 2009 – Dr. Bürklin Wolf (Pfalz, Germania) 
Dr. Bürklin-Wolf possiede 84 ettari di vigneti – lavorati in Biodinamica certificata dal 2005 - sparsi tra quattro comuni del Mittel Haardt: Wachenheim, Forst, Deidesheim e Ruppertsberg, coltivati per l'80% a riesling, da cui si ottengono circa mezzo milione di bottiglie all'anno. 
Tra i "Grand Cru" a disposizione, il Kirchenstück di Forst è considerato il Montrachet del Pfalz. 3.67 ettari al top nella classificazione del 1828 e ai vertici della classifica dei valore fondiari in Germania. Qui Buerklin-Wolf possiede una preziosissima parcella di circa mezzo ettaro su suoli di argille sabbiose calcaree con inclusioni di basalto, da cui provengono circa 2.000 bottiglie ogni anno. La vigna, collocata dietro la chiesa di Forst, giace quasi in piano con esposizione a sud est. 
Fermentazione con lieviti indigeni a temperatura controllata e successivo affinamento in botti ovoidali (doppelstuck da 2.400 litri). Colore carico che anticipa aromi fumé e di idrocarburo, seguiti da note di arancio e limone candito. Intenso, il naso, ma non un campione di finezza. In apertura il palato si allarga potente, trova scie saline che lo sostengono, ma chiude senza lo sprint e l'incisività che ci si aspetterebbe. Il tappo non era in gran forma, il che ci fa pensare ad una evoluzione non del tutto corretta per questa bottiglia.


Rangen de Thann Clos St. Urbain Grand Cru 2011 – ZIND HUMBRECHT (Alsazia, Francia) 
Una delle aziende mitiche in Alsazia, nota a livello internazionale anche per essere stata tra le prime, alla fine degli anni ’90, a passare integralmente all’Agricoltura Biodinamica. 
Il Grand Cru Rangen (22 ettari in tutto tra i comuni di Thann e Vieux Thann) ha suoli di rocce vulcaniche con importante presenza di tufo, esposti a sud con pendenze estreme. Collocato all'inizio di una vallata fresca che ritarda le maturazioni, ha piovosità superiore alla media della zona, ma senza che ciò costituisca un problema perché il suolo è molto arido e le elevate pendenze impediscono l'insorgere di ristagni idrici. 
Il Rangen è il Grand Cru più meridionale di tutta la regione, quello che raggiunge le maggiori altitudini (450 metri) ed il più scosceso (oltre 55° di pendenza); origina vini potenti e concentrati, complessi e longevi. Ricchi, ma non pesanti. Qui l’azienda possiede, in monopole, 5.5 ettari del mitico Clos St. Urbain. L’annata 2011 è stata segnata da una grandinata che, ad inizio agosto, ha falcidiato parte dei ceppi 50enni, con conseguenti rese finali (totali e per pianta) molto basse.
Dopo un anno di fermentazione svolta con i lieviti indigeni il vino si offre con un naso ricco che esprime note di lime candito e pietra focaia e subito dopo di croccante alle nocciole. Con l’ossigenazione si apre ad un frutto quasi tropicaleggiante e a ritorni di cenere: aromi intensi, ma eleganti e complessi con sfumature al tempo stesso calde e minerali. La bocca colpisce per l'attacco grasso e ampio, si sviluppa molto viva e slanciata chiudendo con grande verve sapida. Dinamico e multiforme, è completo come solo i grandi vini sanno essere.


Wachenheimer Luginsland auslese 1988 – MARGARETENHOF (Pfalz, Germania) 
Il Margaretenhof è nato nel 1950, con i giovani Yvonne e Martin che dal 2011 rappresentano la nuova (quarta) generazione familiare impegnata in azienda. Il nome rappresenta un omaggio del fondatore, Gunther - nonno di Yvonne e Martin - alla moglie Margaretha. 
Diciassette ettari a disposizione, tra cui Cru molto importanti come Ungeheuer, Pechstein e Jesuitengarten, ed una clientela costruita in buona parte su una solida base di privati che apprezzano l'ottimo rapporto qualità/prezzo dei vini.
Luginsland è un cru secondario di quasi 30 ettari situato a Wachenheim, ai confini con Forst. Il suo nome deriva dal bel panorama visibile dai vigneti, sebbene in buona parte piani. Il suolo è a tessitura prevalentemente sabbiosa con presenza di ghiaia spessa ed appartiene al Bundsandstein (arenaria). 
Ottima annata in zona, l’88. Da aprile a fine settembre meteo perfetto, un po’ di pioggia in ottobre ma poi ancora bel tempo asciutto in novembre che ha creato un mix adatto alla produzione delle categorie dei vini botritizzati, da auslese in su. 
Bottiglia di oltre trent'anni che regala un naso con nette sensazioni di zafferano, erbe aromatiche essiccate e frutti gialli in confettura (susina su tutti). La bocca è viva e snella, di medio peso e residuo zuccherino contenuto; manca un po’ di lunghezza nel finale, ma si distende armoniosa con scioltezza ed eccellente tenuta.


sabato 22 dicembre 2018

MAZZON E IL PINOT NERO

Nuovo appuntamento con Slow Food Piacenza ed il viaggio nei territori del vino europeo. 
Stavolta è toccato a Mazzon ed al suo Pinot Nero. Ospiti nella villa settecentesca della famiglia Barattieri ad Albarola - Val Nure, colli piacentini - abbiamo indagato i caratteri del Grand Cru sudtirolese per il Pinot Nero attraverso sei vini (sugli undici complessivi prodotti nel cru) di cinque aziende (sulle sette che attualmente vinificano Pinot Nero 100% Mazzon). 
Mazzon - comune di Egna, circa 25 km a sud di Bolzano - non è il primo terroir altoatesino in cui è arrivato il pinot nero nell’800, ma è quello in cui oggi questo vitigno origina i vini più completi: combinazione di potenza e freschezza sapida (più che acida) grazie ad una felice liaison tra elementi climatici e pedologici.
Siamo sulla sponda sinistra dell’Adige ad un’altitudine che varia tra 250 e 450 metri slm con esposizione ad ovest. Per la cronaca, sulla sponda opposta – esposizione ad est ed un posizionamento che permette di ricevere molte più ore di luce - si trova Termeno, patria del Gewurztraminer.


Il microclima è un mix di elementi alpini e mediterranei. Le montagne proteggono a nord i vigneti, mentre da sud Mazzon riceve gli influssi della mite Ora del Garda. I rilievi del Monte Corno ombreggiano le vigne durante la prima mattina per lasciare spazio al sole nelle ore successive fino a sera, quando dopo il tramonto la temperatura scende repentinamente creando una benefica escursione termica tra giorno e notte.
Seppur variabili, i terreni sono fortemente calcarei ed hanno tessitura da franco-sabbiosa a franco-limosa con un contenuto di argilla di per sé non particolarmente significativo (10%-20%, anche meno del 10% nelle zone con substrato arenaceo), ma comunque più elevato rispetto alla maggior parte delle altre aree di produzione altoatesine.


Nell’altopiano si possono ancora ammirare i dodici antichi masi costruiti tra la metà del ‘300 ed il ‘600, insieme alle altre due costruzioni caratteristiche che identificano la località: Castel Caldiff (ruderi) e la Chiesetta di San Michele Arcangelo. Le prime fonti certe su Mazzon risalgono alla prima metà del ‘200, mentre le prime citazioni che legano Mazzon al Pinot Nero sono del 1869. Da allora alcune famiglie proprietarie di masi iniziano a puntare sul vitigno borgognone, anche se di fatto si tratta ancora di produzioni molto esigue. Il salto di qualità si verifica tra il 1940 e il 1970, quando i mezzadri - di origini trentine e venete – affiancano la viticoltura ai frutteti ed ai prati. Da qui in poi il connubio tra Mazzon e il vino, Pinot Nero in primis, si stringe fino a divenire inscindibile e di anno in anno prosegue la crescita qualitativa e quantitativa (attualmente sono oltre 52 gli ettari di Pinot Nero coltivati).
Ora, da qualche tempo, i produttori stanno iniziando a valorizzare i cru storici risalenti alla mappatura del XVIII secolo. Per adesso le vigne rivendicate in etichetta sono: S. Urbano e Roccolo (Hofstätter), Ganger (Girlan), Aegis (Kollerhof) e Zis (Brunnenhof); probabilmente a breve si aggiungerà anche il Bichl, di proprietà della famiglia Praxmarer, ma da decenni lavorata dai Carlotto. 
Ai più curiosi consigliamo la lettura dell’esaustivo ed imprescindibile volume MAZZON E IL SUO PINOT NERO, di Peter Dipoli e Michela Carlotto, rieditato ed aggiornato nel 2017. 

La degustazione

Sei vini di cinque aziende di annate comprese tra la 2016 e la 2012 suddivisi in due batterie da tre. 
Si parte.



Pinot Nero 2016 – Kollerhof 

L’AZIENDA
Una delle tre aziende che vinificano le uve di Mazzon a Mazzon (le altre sono Brunnenhof e Gottardi), all’interno di un maso seicentesco di proprietà della famiglia Visintin dal 1966. Fino al 2011 le uve venivano conferite ad una cantina sociale, ma con l’annata 2012 i Visintin hanno iniziato a vinificare in proprio. Le vigne sorgono nella parte alta di Mazzon, a ridosso del Maso nel cru Aegis, rivendicato in etichetta solo per la versione Riserva prodotta dal 2015 in appena 1.000 esemplari.


IL VINO 
Per la versione “base” l’uva, protetta da ghiacco secco, viene diraspata e trasferita per gravità in inox; il mosto è raffreddato per 7 giorni, dopo di che inizia una lenta fermentazione di 21 giorni sotto accurato controllo della temperatura. Il vino passa in inox per opportuna decantazione ed è poi travasato in tonneaux da 500 lt. (20% nuovi) dove rimane per 12 mesi; segue ulteriore affinamento in inox. 
17.000 bottiglie prodotte per un vino dal colore rubino scarico, ma molto luminoso che offre un naso elegante e fresco in cui prevalgono toni di frutti di bosco (cassis, fragoline, mirtilli) e di ciliegia, seguiti da una fine speziatura arricchita da una sottile nota boisè che non sovrasta il frutto. Il sorso è succoso, agile e di lineare progressione gustativa, con tannini ben integrati. Il finale di bocca, molto sapido e scattante, mette la chiosa ad un vino gustoso ed immediato. 


Pinot Nero Filari di Mazzon 2016 - Carlotto
Pinot Nero Filari di Mazzon 2013 - Carlotto

L'AZIENDA
La famiglia Carlotto è attiva da tre generazioni nel territorio di Mazzon, a partire dal 1939 come mezzadri presso il maso Schlosshof e dal 2000 come produttori in proprio. Nel 2000 Ferruccio e la figlia Michela (quest'ultima uno dei principali "personaggi" contemporanei di Mazzon, schivo e di sostanza, necessari per conoscere la zona) danno vita alla propria cantina con sede ad Ora, pochi chilometri a nord di Egna. Dalle uve di Mazzon vinificano 0,3 ettari di proprietà e circa 4 ettari in affitto dai Praxmarer, famiglia presente in questo territorio da ben otto generazioni. I Praxmarer possiedono due masi: Schlosshof e Frizherhof, più una buona fetta di vigneti che affidano alle cure dei Carlotto e di Franz Haas.


IL VINO
L'etichetta "Filari di Mazzon" proviene da sette diverse parcelle (Loch, Auf dem Bichl, Oberes Langfeld, Unteres Langfeld, Kreuzl, Paggen, Keilackerl), alcune delle quali di recentissimo impianto, posizionate nelle tre zone dell’altopiano (bassa, alta e media). La fermentazione e la macerazione, a temperatura controllata, hanno durata di circa dieci giorni (otto giorni nel 2013), mentre l’affinamento si protrae per dodici mesi tra botti grandi da 25 Hl e barriques non tostate; segue assemblaggio dei vari contenitori e delle diverse parcelle (vinificate separatamente) in botti grandi e successivo affinamento in bottiglia per altri sei mesi prima dell'immissione al consumo.

Le due annate - 2016...
Al colore rubino scarico di grande luminosità segue un naso che regala intriganti note floreali e di frutta matura, più una fine speziatura abbinata a rimandi di caramello e vaniglia. La bocca è piena e voluminosa, appena scaldata dall'alcol, il tannino è aggraziato ed avvolgente con finale sapido, più che fresco; manca solo un guizzo per rendere il sorso ancor più completo.
Un vino che necessiterà di tempo in bottiglia per distendersi ed integrare al meglio una certa ricchezza di toni.

...e 2013
A Mazzon la situazione di questa annata fresca è stata complicata dalla grandinata del 22 luglio. In seguito ad una drastica selezione in vigna i Carlotto sono comunque riusciti a portare a casa i grappoli migliori (e dopo la vendemmia è stato condotto un lungo lavoro tra i filari per sanare i danni della grandine, che ha richiesto almeno 400 ore extra). Il vino si presenta di color rubino scarico con leggeri riflessi granati; il naso - che mostra i primi cenni terziari - attacca con effluvi ematici e speziati (pepe) seguiti da un fruttato maturo di ribes nero e di confettura di fragoline di bosco. La bocca è nervosa, verticale e irrequieta con un finale sapido anche se meno profondo del precedente.


Pinot Nero Mazzon Riserva 2014 - Brunnenhof 

L’AZIENDA 
Kurt Rottensteiner e famiglia, originari di Bolzano, acquistano lo storico Maso Brunnenhof nel 1986 e vi si stabiliscono nel 1995. Fino al 1998 le uve vengono conferite ad una cantina sociale e ad una privata, ma dal 1999 Kurt inizia a vinificare in proprio. Le vigne sono dislocate attorno al Maso nella parte centrale di Mazzon ad un’altitudine tra i 400 e i 450 m s.l.m.


IL VINO
Il mosto fermenta in grandi tini di legno per due settimane a contatto con le bucce; dopo la malolattica il vino riposa un anno in botti di rovere da 500 litri e successivamente da 8 a 10 mesi in grandi botti di rovere. Il prodotto imbottigliato rimane in cantina ancora un anno, prima di essere venduto. 
2014, dunque, annata anomala (fresca e piovosa) per un produttore che di solito non ha paura di calcare la mano in tema estrattivo. Ne giova la beva e la linearità gustativa. 10.000 bottiglie prodotte. Il colore è rubino tenue e scarico, mentre il naso gioca su toni quasi da Vermouth (rabarbaro e china), con accenni di liquirizia e lasciando spazio per i frutti rossi solo in un secondo momento. La bocca è snella e ricca di acidità, il tannino lieve ed il finale sapido con ritorni quasi ferrosi. Bottiglia lineare e scorrevole: dove perde in articolazione e potenza, guadagna in facilità di beva. 


Pinot Nero Riserva 2015 - Gottardi

L'AZIENDA
Bruno Gottardi è un nome che nell'immaginario di tanti appassionati è strettamente associato al binomio Pinot Nero - Alto Adige. Le radici trentine della famiglia sono dovute al nonno Alfons, che a fine ‘800 si trasferisce ad Innsbruck per dedicarsi al commercio di vini di pregio. Bruno prosegue con successo l'attività e nel 1987 acquista il Maso Fernheimhof. Rinnova i vigneti e costruisce la cantina; dopo un periodo in cui vende le uve - ed effettua alcune prove di vinificazione - nel 1995 parte ufficialmente con la propria produzione. La scomparsa di Bruno nel 2010 porta il figlio Alexander, che già lo affiancava da tempo, a prendere in mano le redini dell’azienda.


IL VINO
Fermentazione a temperatura controllata in acciaio inox, affinamento di un anno in barriques per un quarto nuove e di otto mesi in botti grandi. Imbottigliamento effettuato nel mese di giugno del 2017. Produzione media annua intorno alle 30.000 bottiglie.
Il colore è un rubino leggermente più carico dei precedenti, metre il naso - appena reticente nei primissimi minuti di apertura - con l’ossigenazione incede esuberante e generoso esibendo toni di frutti di bosco in confettura con sottofondo floreale e speziato.
La bocca entra larga e piena, potente, quasi a voler sottolineare il calore dell’annata, eppure è fresca ed equilibrata, il tannino è setoso e dolce con finale saporito che regala profondità e grande persistenza.


Pinot Nero Barthenau Vigna S. Urbano 2012 - Hofstatter

L’AZIENDA 
Fondata da Joseph nel 1904 e con sede a Termeno, oggi è arrivata alla quarta generazione attraverso la gestione di Martin Foradori Hofstatter. I Foradori hanno dato un apporto fondamentale per la crescita del Pinot Nero di Mazzon già negli anni ‘30 del ‘900, quando Vittorio Foradori, nonno dell’attuale proprietario, acquista alcuni terreni a Mazzon, tra cui lo storico maso Barthenau (appartenuto a L.B. von Barthenau che a fine ‘800 aveva piantato Pinot in zona), e pianta le prime barbatelle fornitegli dal mitico Giulio Ferrari. Oggi nel vigneto Roccolo si trovano le viti messe a dimora in quell’epoca (tra le più vecchie in tutto Mazzon). Sarà comunque Paolo, figlio di Vittorio e padre di Martin, a vinificare per primo in purezza le uve della zona.
L’etichetta Pinot Nero Mazzoner di Hofstatter compare la prima volta nel 1963 (annata 1962) ed a a partire dagli anni ’80 le etichette di Mazzon diventano due: Barthenau Mazzon e Barthenau Riserva; attualmente sono proposte tre linee: Mazzon Riserva, Barthenau Vigna S.Urbano e Ludwig Barth von Barthenau Vigna Roccolo (dall’annata 2012). Nel 2008 inoltre è nato un Metodo Classico Rosè dalle uve della Vigna S.Urbano.


IL VINO 
Prodotto per la prima volta nel 1987 nasce dall’omonimo cru posto nella parte bassa della collina a ridosso della Chiesetta di San Michele, dove le pendenze si fanno più accentuate rispetto alla zona medio/alta. Le uve vengono diraspate per il 75% ed a seguire, in vasca inox, si procede con una macerazione a freddo per 24 ore; successivamente è la volta della fermentazione alcolica (con macerazione di circa 10 giorni) e dell'affinamento in due fasi: la prima in barriques di rovere francese per 12 mesi (50% nuove), la seconda in botte grande per circa 8 mesi. 
Il Barthenau Vigna S. Urbano 2012 (18.000 bottiglie) si presenta di colore rubino più intenso e carico rispetto ai vini precedenti ed è anche quello che ha beneficiato del maggiore affinamento in bottiglia. Complesso al naso, colpisce da subito per i cenni balsamici, ma si rivela pian piano mostrando nuances di frutti di bosco e di erbe aromatiche (anice) e ancora di tabacco biondo, note speziate di pepe e chiodi di garofano, per chiudere con accenni di liquirizia e legno di cedro. La bocca è articolata e ben contrastata: avvolgente, ma nervosa e dinamica con finale fresco, salino e agrumato. Una piacevole conferma che rimarca l’evoluzione interpretativa di questa etichetta nel corso dei decenni. 

Ci ritroveremo presto nel 2019. Tante cose bollono in pentola e nelle prossime settimane vi parleremo di Nebbioli dell’Alto Piemonte, del Sangiovese di Radda e di Riesling Renano. A presto, dunque, buon anno e buoni brindisi.

lunedì 3 dicembre 2018

IL GUTTURNIO RISERVA DI SOLENGHI

Intorno alla metà degli anni ’80, dopo aver ereditato un piccolo appezzamento in località Battibò (Borgonovo Val Tidone, Colli Piacentini), Gaetano Solenghi decide di immergersi nell’avventura di produttore. Non ha esperienza nel settore, ma aiutato da amici vignaioli e da un anziano del luogo che, prima di lui, ha camminato quei filari apprende le prime nozioni necessarie per partire. Sin da subito Gaetano procede “in direzione ostinata e contraria” perché l’intento non è quello di produrre vini di pronta beva e frizzanti, come da tradizione della zona, ma di cimentarsi con vini capaci di esprimersi nel medio/lungo periodo, cosa che, prima di lui, quasi nessuno aveva avuto il coraggio di affrontare nei colli piacentini. Una sfida che Gaetano avvia con grande tenacia, la stessa attitudine trasmessa al figlio Nicola che ora lo affianca ed ha ormai in mano le redini dell’azienda.


Nella prima metà dei ‘90 Gaetano produce le prime versioni di Barbera ed in seguito di Gutturnio, che ancora oggi ci stupiscono per vigore e tenuta. Dopo aver avuto la fortuna di partecipare, lo scorso anno, ad una magnifica verticale di Barbera l’Attesa (per noi il vero cavallo di battaglia dei Solenghi), il 19 novembre scorso è stata la volta del Gutturnio Riserva - blend di barbera e croatina – provato in una dozzina di annate presso la storica Enoteca “da Renato”, attiva a Piacenza da oltre cinquant’anni ed oggi gestita da Tiziana Morisi, figlia del fondatore.
Da sempre affinato in botti grandi (5-7 hl) di rovere di Allier, il Gutturnio Riserva nel tempo ha visto un uso differente del legno: da botti nuove nelle primissime annate a botti vecchie - pressoché neutre - dall’annata 2006 in poi, dove il vino sosta per 12-13 mesi dopo vinificazione in acciaio con lieviti indigeni e prima dell'affinamento in bottiglia.

Battibò 
Di soli 2.5 ettari circa, la proprietà della famiglia Solenghi si estende tra 170 e 200 metri di altitudine con esposizione sud/sud est ed è divisa in otto diverse parcelle, tre delle quali vengono impiegate per produrre la Barbera L'Attesa (prima annata: 1993) ed il Gutturnio Riserva (la cui prima etichetta ufficiale – prima erano state prodotte versioni “di prova” - risale al 1999) da impianti del 1969, 1986 e 1992.


I suoli – ricchi di potassio - sono tendenzialmente composti di marne argillose e mostrano tessiture piuttosto variabili, passando da piccole aree molto sabbiose ad altre più argillose, comunque con prevalenza argilloso-limosa. Una combinazione unica di suoli e clima molto adatta alla barbera ed alla croatina, che qui originano vini concentrati e potenti, capaci di liberare il proprio potenziale nel lungo periodo, dove spesso sfoggiano grande vigore e complessità. 


Un ringraziamento a Nicola Solenghi per le foto del vigneto e della cantina, in parte provenienti dal sito Internet aziendale www.solenghigaetano.com.

La degustazione è stata suddivisa in cinque batterie. 

Batteria n. 1: beata gioventù 

Gutturnio Riserva Battirosso 2015 
Assaggio in anteprima (in bottiglia da 3 mesi) e non ancora sul mercato. Da un’annata calda e solare, un vino dal colore intenso e luminoso; l’impatto olfattivo è appena caldo e vira su note ematiche che comprimono il frutto, percettibile in sottofondo, ma che ancora fatica ad esprimersi nelle sue reali potenzialità. Bocca comprensibilmente scomposta ed in via di definizione, con un tannino maturo ancora scalpitante. Da attendere qualche anno per permettergli di esprimere la sua prima fase di maturità. 

Gutturnio Riserva Battirosso 2013 
Anche la fresca annata 2013 (in bottiglia da un anno) non è ancora sul mercato. Ha colore più carico della 2015, ma sempre di buona luminosità. Il naso svela con l’ossigenazione toni di frutti di bosco rossi ed una leggera speziatura. Il sorso è severo e nervoso con un’acidità impattante ed un tannino leggermente asciugante, ma non rugoso. Si prospetta un’annata che darà il meglio nel lungo periodo. 

Gutturnio Riserva Battirosso 2012 
Ecco arrivare un vino che inizia ad esprimere una buona definizione evolutiva. Annata calda, la 2012, come la maggior parte tra quelle post 2000, che si mostra di color rubino intenso e profuma di amarena matura e chiodi di garofano. I tannini eleganti e maturi ben si integrano con una fresca acidità che allunga il sorso, dispensando più armonia e definizione rispetto ai compagni di batteria.


Batteria n. 2: l’adolescenza 

IGT Valtidone Battirosso 2011 
Prima annata in cui viene utilizzato il nome di fantasia “Battirosso”. Vendemmia con picchi di calore che hanno sottoposto a scottature i grappoli. Il colore manca della consueta brillante luminosità e vira su sfumature aranciate. Il naso sprigiona note di surmaturazione, con strabordante dolcezza del frutto; il sorso è disteso, senza lo sprint abituale: tannini rilassati e acidità meno pronunciata del solito. 

Gutturnio Riserva 2010 
Grande bottiglia, da un millesimo che a Battibò ha dispensato equilibrio in fase di maturazione delle uve. Colore granato intenso quasi impenetrabile, olfatto sfaccettato e ampio: dal frutto maturo all’arancia rossa, da richiami di tabacco a nuances di natura balsamica. La bocca è piena e succosa, vibrante e vitale con un ottimo allungo rinvigorito da una piacevole nota sapida. 

Gutturnio Riserva 2009 
Granato intenso, apre su note terziarie e di sottobosco per svilupparsi su aromi speziati e di marasca. Il sorso dispensa tratti morbidi e rotondi disegnati da un tannino ben integrato, fitto ma soffuso e da un’acidità matura ma presente.


Batteria n. 3: la post adolescenza 

Gutturnio Riserva 2008 
Un’annata fresca che mostra un vino dal colore intenso e luminoso. I profumi colpiscono per una speziatura decisa seguita da toni quasi ferrosi ed ematici, con richiami terrosi. La bocca attacca con buona morbidezza, ma un tannino imponente ed un’acidità ancora tagliente spostano la bilancia su caratteri legati alle durezze, al momento ancora molto evidenti; servirà tempo in bottiglia per domare quest’irruenza quasi selvaggia. 

Gutturnio Riserva 2007 
Il rovescio della medaglia rispetto all’annata precedente: tanto irruenta quella, quanto distesa e solare questa. Il colore è carico ed impenetrabile, il naso spazia dalla frutta scura matura alle erbe aromatiche essiccate per giungere alle immancabili note speziate. Il palato offre struttura, distensione ed equilibrio; tannini dolci e un’acidità ben fusa regalano una beva persino rassicurante e di appagante piacevolezza. Manca forse un pizzico di sprint per avvicinarsi alle migliori versioni, ma di certo dà molta soddisfazione. 

Gutturnio Riserva 2006 (Magnum) 
Una bottiglia "difficile", forse non a posto. Ci premureremo quanto prima di riassaggiarla insieme a Gaetano e Nicola.


Batteria n.4: l’età adulta 

Gutturnio Riserva 2000 
Altra grande bottiglia: colore granato scarico, ma ancora luminoso; il naso inizialmente reticente, dopo breve ossigenazione, esprime toni animali evidenziando poi in successione note di arancia rossa, fiori appassiti, erbe aromatiche e sfumature balsamico-speziate a rinfrescare il bouquet. La bocca è piena eppur elegante, equilibrata e profonda, la freschezza acida amplifica una godibile scia agrumata che - unita ad un tannino setoso e ben orchestrato - conduce ad un finale gustoso.

Gutturnio Riserva 1999 
Anche la versione del ‘99 evidenzia come le vecchie annate di Gaetano riescano a rivelarsi negli anni dopo adeguato, lungo affinamento in bottiglia. Questa versione mette in luce un naso giocato più su note terziarie e agrumate. Il palato è più sottile del precedente con carattere scattante legato all’acidità, più che al tannino. Molto godibile, è meno completo del 2000, ma dove perde in struttura e profondità, guadagna in facilità di beva.


Batteria n. 5: maturità a confronto

Gutturnio Riserva 1998 etichetta gialla (affinata in legno) vs Gutturnio 1998 etichetta bianca (affinata in acciaio) 
Infine, un confronto molto interessante tra due bottiglie nate dalla stessa annata, dalla stessa vigna e dalla stessa mano, ma con l’utilizzo del legno per una versione e del solo acciaio per l'altra. La Riserva affinata in legno già al colore mostra una luminosità ancora viva e vitale, con naso sorretto da pregevoli sfumature terziarie e speziate e bel frutto maturo ancora presente. La beva è appagante e viva, ricca e persistente e fa pensare a possibili futuri sviluppi evolutivi.
Il fratello affinato in acciaio è più intenso nel colore, ma di minor luminosità; il naso svia su toni più maturi, meno espressivi e sfaccettati, con beva più placida in cui il tannino è appena percepibile e a sostenere l’impalcatura rimane solo l’acidità.

Dopo questa cavalcata nella storia e nel presente del Gutturnio, vi diamo l'arrivederci a presto con l'ultimo post dell'anno, che sarà dedicato al Pinot Nero di Mazzon.

domenica 18 novembre 2018

BAROLO

Venerdì 9 novembre è stato il giorno della Barolata presso la Trattoria S. Giovanni (Pc) gestita dall'amico Roberto Zanetti, cuoco estroso (ma anche i suoi piatti della tradizione locale sono imperdibili, uno su tutti i pisarei e fasò basotti) e grande appassionato di vini “naturali”.
Barolata, quindi, dove abbiamo scelto di non proporre approfondimenti su annate, comuni o Cru, ma semplicemente di degustare alcune bottiglie che eravamo curiosi di stappare, molte delle quali bottiglie “del cuore” che rappresentano, ciascuna con il proprio inconfondibile timbro, la nostra idea di Barolo con le ali. 10 bottiglie alla cieca divise in 3 batterie: 9 Barolo più un intruso a base nebbiolo, di annate comprese tra la 2009 e la 1997.



Via con la prima batteria.
Barolo Monvigliero 2009 – G.B. Burlotto
Nella seconda metà dell'800 Giovan Battista Burlotto si è affermato come una delle personalità di riferimento di tutto il panorama produttivo del Barolo, di cui è stato uno dei padri fondatori. Oggi Fabio Alessandria gestisce due ettari nel “Grand Cru” per eccellenza di Verduno: il Monvigliero, uno dei simboli del classicismo barolesco. Prodotto per la prima volta nel 1982, è ottenuto da tre diverse parti del vigneto (l'impianto più vecchio è dei primi anni '50) e deriva da pigiatura con i piedi dei grappoli interi; la fermentazione e macerazione a cappello sommerso durano quasi due mesi e sono seguite da un affinamento di 30 mesi in botti da 35 hl e di due anni in bottiglia.
Nel bicchiere ci mette un po' ad aprirsi, esordisce con toni smaltati, poi sprigiona note di erbe officinali secche, finocchietto, terra bagnata e sottobosco, pepe, pasta di olive e una sfumatura che dalla salamoia vira verso note salmastre; una sequenza di dettagli ofattivi in continua mutazione. La bocca è piena, saporita e scorrevole – arricchita da tannini rigorosi e ben maturi -  e chiude con notevole profondità.



Valtellina Superiore Grumello Buon Consiglio 2007 – Ar.Pe.Pe.
Ovvero l'intruso: un grande nebbiolo valtellinese della sottozona Grumello, al confine tra Sondrio e Montagna. Il vigneto si estende verso Sondrio sopra al quartiere Cà Bianca, dove i terrazzamenti hanno muri a secco alti fino a sette metri, ad una altitudine che si spinge a 450 m slm. Dopo 43 giorni di macerazione in tini di legno da 50 hl, il vino – uscito nel marzo 2015, otto anni dopo la vendemmia - si presenta con un colore più scarico rispetto ai compagni di batteria, ma molto luminoso, e con un frutto subito in evidenza (confettura di fragoline di bosco, ciliegia), accompagnato da note floreali e speziate. Più immediato del precedente, l'evoluzione nel calice è comunque importante e, col passar dei minuti, regala toni agrumati, mentolati, di liquirizia e goudron. Il palato è teso e sottile, quasi ossuto, nel contesto della serata, ma in realtà semplicemente essenziale: sapido, tonico, fresco. Nervoso e di notevole sprint, con finale rinfrescante, evoca scenari borgognoni.
 
Da www.arpepe.com; mappa di Alessandro Masnaghetti-ENOGEA

Barolo Bricco delle Viole 2007 – G.D. Vajra
Uno dei punti di riferimento del Barolo di Barolo, che ha ormai allargato i propri orizzonti con l'acquisto dell'azienda di Luigi Baudana in quel di Serralunga. Senza dimenticare che la famiglia Vajra vanta il primato relativo alla valorizzazione del riesling renano in zona, da tempi non sospetti.
Il Bricco delle Viole è situato nella parte alta di Barolo, area di terre bianche che spesso esprimono interpretazioni aggraziate ed eleganti. Qui Vajra dispone di vigne piantate in diverse epoche, principalmente tra la fine degli anni '40 e la metà degli anni '80.
Da un'annata calda nasce questo vino dal colore concentrato, cui segue un naso floreale (fiori secchi) con lievi tocchi balsamici e di incenso. Il palato è generoso ed esprime tannini pieni e compatti, maturi; il corpo è saldo, succoso ed equilibrato nonostante la potenza e i muscoli. Nel complesso, ricchezza di toni, ma anche bilanciamento ed equilibrio. Potenza senza pesantezza.



Poi la seconda batteria, quella dei Barolo viscerali.
Barolo Cannubi S.Lorenzo-Ravera 2005 – Giuseppe Rinaldi
Ci tenevamo ad inserire una bottiglia di “Citrico” anche per ricordarlo dopo la sua recente scomparsa. Oggi in azienda è Marta, in particolare, a proseguire lungo la strada tracciata dal padre, incentrata sul concetto di tradizione, che prevede il solo uso di lieviti indigeni, lunghi affinamenti in botti grandi ed assemblaggio di più vigneti (due in questo caso, uno da Barolo ed uno da Novello, come due sono pure quelli dell'altro Barolo aziendale, il Brunate-le Coste).
Colore molto vivo, addirittura giovanile per un vino di 13 anni. Ma tutto il profilo generale di questo Barolo è giovane: compatto e scattante, è un concentrato di frutto (in confettura) speziato a tratti selvaggio, ingentilito da toni di rosa. Il palato attacca succoso e si sviluppa scalpitando con vigore, ben contrastato. Teso nel finale, chiude risoluto senza essere sgarbato. Necessita ancora di tempo per entrare nella sua fase di apice espressivo.



Barolo Paiagallo 2006 – Giovanni Canonica
Outsider di culto con sede nel centro di Barolo – dove gestisce l'Agriturismo Il Quarto Stato – Giovanni Canonica produce pochissime bottiglie all'anno ed il Paiagallo, vigna collocata nel cuore dei vigneti del comune (tra il Muscatel ed il San Sebastiano), è il suo cavallo di battaglia. Qui Canonica possiede circa 1,5 ettari e, con metodi tradizionali che prevedono fermentazioni senza lieviti selezionati, macerazioni di almeno un mese e l'uso di botti da 20 hl, nel 2006 ha realizzato una grande versione di Barolo.
Emozionante carattere d'antan per una bottiglia giocata soprattutto su austeri toni di erbe secche e sottobosco, completati da sfumature di frutti maturi/balsamici. Il palato è sontuoso: ampio, lungo e nervoso, dotato di grande complessità retro-olfattiva in cui si confermano i toni di erbe (anice che sfocia  nella liquirizia) ed articolazione gustativa, grazie ad una trama tannica fitta, densa ma vellutata e dinamica, molto persistente.



Barolo Otin Fiorin Piè Franco-Michet 2005 – Teobaldo Cappellano
Un altro pezzo di storia del Barolo, ma anche del vino italiano moderno, la famiglia Cappellano. Dopo la morte di Teobaldo – anarchico, sognatore ed anticonformista – è il figlio Augusto a portare avanti questa piccola realtà di Serralunga continuando a lavorare nel solco del minimo interventismo in cantina. Uno dei rari vini italiani e – da quel che sappiamo - l'unico a Barolo, a provenire da piante a piede franco, prodotto da Teobaldo Cappellano nella vigna Gabutti a partire dagli anni '80 in quella che, nelle sue stesse parole, si può considerare una “evoluzione all'indietro”, dettata dal voler in qualche modo restituire il Barolo a sé stesso e ad un'idea di purezza.
Nel bicchiere si presenta con il colore più scarico in questa batteria, di luminosi toni quasi aranciati. Il naso, reticente in apertura, esprime sfumature erbose vagamente simili al precedente, ma con un approccio di evoluzione più avanzata e terziaria leggermente tamarindoso. Tanta liquirizia, poi caffè, cuoio e legni dolci. Il meglio lo dà in bocca: tagliente e severa, ha una progressione acido-tannica vibrante e serrata, chiusa da un finale salino molto persistente.



Con la terza e ultima batteria si va più indetro nel tempo, con due bottiglie che superano il traguardo dei 20 anni di vita.
Barolo Bricco Boschis Vigna S. Giuseppe Riserva 2004 – Cavallotto
Una delle aziende-simbolo di Castiglione Falletto, quella della famiglia Cavallotto, che dall'immediato secondo dopoguerra vinifica le uve di proprietà. In vigna si segue la filosofia dell'Agricoltura Biologica, mentre in cantina le lunghe macerazioni precedono invecchiamenti prolungati in botti grandi. La Vigna S. Giuseppe – monopolio dei Cavallotto - è la parte centrale, il cuore, del Bricco Boschis: 2,45 ettari per 12.070 viti piantate nel 1961.
Ancora in uno stadio giovanile del proprio sviluppo, si esprime soprattutto su note di frutto speziato quasi “dolce” completato da scie balsamiche e netti rimandi ai chiodi di garofano; l'ingresso in bocca è setoso, lo sviluppo pieno e la dinamica gustativa compatta, precisa e sapida. Il finale regala un'adeguata spinta tannica, che tratteggia infine una bottiglia di elegante classicismo.



Barolo Vigna Cappella di S. Stefano 2001 – Rocche dei Manzoni
La creatura dell'ex ristoratore di Caorso (Pc) Valentino Migliorini, fondata nel 1974 a Monforte, in località Manzoni, da sempre cerca di coniugare una precisa filosofia aziendale (che, ad esempio, predilige l'uso di barriques, nuove e non, per tutte le etichette aziendali, Metodo Classico compresi) e l'imprinting del territorio. Ormai è Rodolfo Migliorini, figlio di Valentino, a gestire l'azienda (in Biodinamica certificata dal 2017) ed a cercare nuove possibilità espressive e di racconto dei terroir di Monforte, anche attraverso innovazioni tecniche come le “uova” di cemento.
Prodotto per la prima volta nel 1993, il Vigna Cappella di S. Stefano proviene da parte dei 6 ettari del Cru di S. Stefano di Perno. L'annata 2001 mostra subito una netta impronta balsamica e di marasca che accompagna il bicchiere per tutto l'arco della degustazione, emergendo anche nel retrogusto. I tannini mordaci sono ancora piuttosto vivi ed innervano un corpo strutturato e sapido, gustoso. Forse leggermente monocorde, più che altro sul versante aromatico, ma ancora con tanta vita davanti.



Barolo Rocche dell'Annunziata 1997 – F.lli Revello
Dopo il trasferimento da Cherasco a La Morra, la famiglia Revello inizia un lungo processo che la porterà ad imbottigliare il primo Barolo nel 1967 e via via a valorizzare le varie sottozone, in parte acquistate nel corso degli anni. L'esordio delle Rocche dell'Annunziata (da una parcella di vecchie vigne estesa per soli 0,3 ettari) risale al 1996, quattro anni dopo l'inizio della collaborazione amichevole con Elio Altare. A parte i severi diradamenti in vigna, l’approccio alla vinificazione è “modernista”, con una macerazione di circa una settimana in rotofermentatori (a temperatura controllata e costante di 28-30 gradi), ma utilizzando lieviti indigeni e senza chiarifiche o filtrazioni. Lo stile aziendale, pur modificatosi negli anni a favore di estrazioni minori ed un uso più ragionato del legno, cerca comunque di produrre Barolo che si prestino a lunghi affinamenti in bottiglia, ma che al tempo stesso siano pronti nell'immediato.
La Morra e Le Rocche ci regalano una interpretazione di Barolo giocata su un frutto balsamico più largo ed accogliente, fino a sfiorare la caramella mu e che, con l'ossigenazione, ricorda la grafite. Attacco di bocca morbido e suadente che trova qualche graffio tannico nel finale, pur mancando la spinta finale del fuoriclasse.



Barolo Gran Bussia 1998 – Aldo Conterno
Fondata nel 1969, ma con una lunga storia viticola famigliare alle spalle, la realtà viticola - con sede in località Bussia – vede attualmente alla guida i tre figli di Aldo Conterno: Franco, Stefano e Giacomo. Il Gran Bussia nasce nei migliori vigneti della Bussia, a Monforte d'Alba, da nebbiolo delle sottovarietà Michet e Lampia. Dopo macerazione di 30 giorni sulle bucce in acciaio inox ed affinato per oltre 30 mesi in botti di rovere, evolve poi in bottiglia per altri sei anni prima di essere messo in commercio, per un totale di circa 9 anni di affinamento complessivo. È la sintesi di tre  vigne storiche della Bussia, confinanti e di pari livello qualitativo: Romirasco, Cicala e  Colonnello (che l'azienda vinifica anche separatamente in specifiche etichette) ed è prodotto assemblando le uve delle viti più vecchie prima della fermentazione e nelle seguenti rispettive percentuali: 70% - 15% - 15%. Storicamente viene prodotto solo nelle annate migliori.
Nel bicchiere subito sbuffi esuberanti di volatile, poi sentori ematici, balsamici e di cuoio insieme a note di prugna matura e di confettura di frutti di bosco. Bocca piena e complessa, arricchita da nobili tannini serrati, anche se nel finale la volatile torna a mordere. C'è profondità e ancora spinta strutturale: una bottiglia grande a metà.


Prossimamente: il Gutturnio Riserva di Gaetano Solenghi ed il Pinot Nero di Mazzon.