martedì 20 ottobre 2020

JURASSICA

Stavolta, grazie al nuovo incontro del ciclo realizzato insieme a Slow Food Piacenza, presso l’agriturismo Il Negrese di Ziano Piacentino, vi portiamo nella regione francese dello Jura. Nota soprattutto per i vini bianchi in stile ossidativo (vedi, ad esempio, alla voce Vin Jaune e Chateau Chalon, ma non solo) prodotti dal vitigno savagnin, l’area rurale della Francia centro orientale regala anche rossi intriganti e veraci dai vitigni locali poulsard e trousseau e dal pinot nero (quest’ultimo un retaggio “culturale” derivante dalla vicinanza con la Borgogna), sui quali è stata centrata la degustazione.


Cinque vini più un fuori quota all’insegna dei colori pallidi – sia il trousseau che (soprattutto) il poulsard non vantano propriamente concentrazioni cromatiche intense, tutt’altro – e di impianti gustativi mai muscolari, pieni ma sempre nervosi (anche quando la polpa e l’alcol non mancano), sapidi e più o meno sottili, risultato di un connubio suolo-clima che vive di marne calcaree variegate e di un clima tendenzialmente fresco e abbastanza piovoso.

da www.jura-vins.com


Côtes du Jura Poulsard 2016 – Philippe Butin 
Philippe Butin continua la lunga tradizione viticola famigliare in quel di Lavigny, nella parte centro meridionale della regione, ed ha fondato il suo piccolo Domaine di 5.5 ettari ormai quasi quarant’anni fa. 
L’unico Poulsard della giornata è come un acquerello. Vive di toni floreali ed ematici e sussurra aromi di confettura di fragola più una lieve sfumatura di pepe bianco. L’ingresso sembra compassato, non brilla per acidità, ma viene subito ravvivato da una scia sapida vivace che lo percorre fino alla fine dandogli persistenza. Un vino semplice, intrigante, per la tavola quotidiana. 2000 bottiglie prodotte. 

Côtes du Jura En Barberon Pinot Noir 2016 – Domaine Tissot 
Tra i Domaine storici, fondato nel 1962 da Andrè e Mireille Tissot, nel corso degli anni si è convertito alla Biodinamica (certificazione nel 2004) con l’arrivo del figlio Stephane, in azienda dagli anni ’90 e oggi tra i portabandiera della regione, anche grazie a una produzione di qualità realizzata in quantità significative (oltre 150.000 bottiglie annue). 
Dalla vigna Camus, 1.8 ettari, Stephane ottiene circa 3000 bottiglie di questa etichetta di riferimento tra i Pinot Noir della regione, che viene vinificato a grappolo intero con macerazione di un mese senza solforosa e affinamento di un anno in barriques (15% nuove). Il vino si apre su aromi intensi di frutto molto speziato (pepe verde) e quasi balsamico per articolarsi in un palato sottile e nervoso molto vivo, persino spigoloso, ma profondo che richiederà ancora un paio di anni di assestamento in bottiglia. Di grande vitalità, oggi è un Pinot Noir per chi ama la freschezza senza mezzi termini, ma saprà dare ancora più soddisfazioni negli anni a venire. 

Arbois Les Bérangères Trousseau 2012 – Jacques Puffeney 
Un decano della denominazione, Jacques Puffeney, non a caso soprannominato “Il Papa di Arbois” dai suoi colleghi vigneron, che nel 2014 dopo oltre cinquanta vendemmie ha ceduto l’azienda, o meglio, buona parte dei suoi 7.5 ettari vitati (se ne è tenuto una piccola parte). 
Les Bérangères è il primo trousseau in degustazione e subito, colore a parte, spiccano le differenze con i vini precedenti. Aumentano polpa e volume, la trama dei tannini si fa più consistente. 
L’approccio olfattivo chiede qualche minuto prima di aprirsi, quando lo fa sprigiona toni floreali e di frutti rossi, sottobosco, forse non di grande intensità (veniamo da un vino, En Barberon, dal naso esplosivo al confronto) ma di discreta complessità. Il palato è ampio e dinamico, giocato soprattutto su uno slancio tannico un po’ ruspante, ma solido, compatto e capace di dare dinamismo, e una chiusura profonda. 


Arbois Cuvée des Géologues 191 Trousseau 2014 – Lucien Aviet 
Da “Il Papa di Arbois” passiamo niente popò di meno che a “Bacchus”. Questo infatti è il nome con cui tutti a Montigny-Les-Arsures (la patria del trousseau) e non solo conoscono Lucien Aviet, da qualche anno ufficialmente in pensione, ma in realtà ancora dietro le quinte dell’azienda ormai gestita dal figlio Vincent. Cinque ettari da cui provengono alcune tra le più affascinanti bottiglie prodotte con questo vitigno. 
Il “191” prende nome dai giorni di macerazione trascorsi sulle bucce ed esordisce con toni fini di confettura di fragola e di viola, più qualche scia speziata. Un approccio in punta di fioretto. Ma è il palato a colpire per freschezza e vivacità. Diretto, lungo e quasi affilato, è supportato da tannini maturi ed eleganti. Ancora giovane e leggermente compresso, è un grande vino per il quale non sembra difficile prospettare un luminoso avvenire e che piacerà soprattutto a chi ama un certo tipo di eleganza nordica e un po’ austera. 

Arbois Cuvée des Géologues Rosiére Trousseau 2009 – Lucien Aviet 
Ancora un vino della famiglia Aviet. Una bottiglia parente della precedente, ma con minor contatto sulle bucce e il cui nome deriva dalla parcella vitata di provenienza. Oltre a ciò, i cinque anni di vita in più lo spingono su un versante olfattivo più aperto, maturo e intenso, con aromi che dal fungo porcino e dalle foglie morte si muovono verso l’arancia matura e i toni ferrosi. La struttura gustativa è tesa e fresca, vitale, dimostrando come l’apice espressivo del vino potrà durare ancora nel tempo. 


Château Chalon 2005 – Berthet-Bondet 
Fondata a metà degli anni ’80 dalla coppia di agronomi Chantal e Jean Berthet-Bondet l’azienda, oggi certificata Biologica e gestita dalla figlia Hélène, conta su una quindicina di ettari vitati, 4.5 dei quali nell’AOC Château Chalon. 
Dopo la fermentazione in acciaio inox il vino come da tradizione va incontro a un lungo affinamento “sous voile” di lieviti in botti scolme da 228 litri per ben sei anni. 
Impatto olfattivo di grande forza, trainato da sensazioni di mallo di noce e di frutta secca, tabacco, erbe secche con sfumature fumé e iodate. Struttura vigorosa e ricca, grassa ma ravvivata da una verve molto sapida e da una lunghissima persistenza. Un nettare arcaico di nobile potenza.

giovedì 8 ottobre 2020

IN VERTICALE

Finalmente riprendono le nostre degustazioni in presenza. Protagonista Willi Schaefer con il suo Graacher Domprobst Kabinett degustato in sette annate (comprese tra la 2017 e la 2007) nella affascinante Villa Barattieri di Albarola (Vigolzone, Pc). Willi Schaefer giustamente gode ormai della fama di fuoriclasse imprescindibile per capire ciò che la Mittel Mosel può offrire: il concetto di intensità senza peso espresso in forma liquida. La combinazione di aerea leggerezza ed energia propulsiva che trovano la quadratura del cerchio.


Willi, in azienda dal 1971, dal 2002 è affiancato dal figlio Christoph che ormai da cinque anni gestisce ufficialmente tutte le operazioni insieme a sua moglie, Andrea. 
Sede aziendale a Graach, tra Bernkastel e Wehlen, con 4.2 ettari vitati totali nel cuore della Mosella da cui si ottengono circa 30-35.000 bottiglie annue; le parcelle principali, di due ettari ciascuna, si trovano nel Graacher Domprobst ("Grand Cru" su suoli argillosi ricchi di ardesia grigio-bluastra di cui Schaefer è ormai nome di riferimento) e nel Graacher Himmelreich (vigna molto ampia con alcune parcelle che si avvicinano alle potenzialità del Domprobst ed altre di livello inferiore) con presenza di vigne centenarie e a piede franco, ma gli Schaefer possiedono anche 2.000 metri quadrati nel Wehlener Sonnenuhr.


Fermentazioni con lieviti indigeni in vecchi fuder da 1.000 litri e affinamento sulle fecce fino alla primavera successiva alla vendemmia (gli imbottigliamenti in genere avvengono nel mese di maggio).
 


GRAACHER DOMPROBST KABINETT - Willi Schaefer

2017 
Partenza col botto, con un grande Kabinett di altissimo livello, molto giovane, contratto e parzialmente chiuso al naso, ma veramente di alto lignaggio. Sotto toni di lieve chiusura sulfurea emerge un lato agrumato di lime e mandarino, più toni di pesca gialla. Intenso e scalpitante al palato, quasi potente a dispetto della sua bassa % alcolica e della sua leggerezza, regala un’articolazione dinamica e ricca di sprint. Finale molto lungo con colpo di coda energico e affilato, incisivo e rinfrescante. Gran vino. Elettrizzante. 

2016 
Più aperto e quieto del precedente. Il naso esibisce già lievi cenni idrocarburici, ma si apre comunque a un profilo abbastanza complesso tra pera, pompelmo, fiori gialli e spezie. Sviluppo gustativo ben bilanciato con un lato delicatamente morbido e composto che però, a confronto con il vino che lo precede, appare quasi rilassato. Ampio, più che profondo.
Rassicurante. 

2015 
Si risale di tono grazie a una versione che combina la leggerezza del Kabinett con l’intensità e la complessità di una Spätlese. Apertura su scie floreali, di pesca bianca ed erbe aromatiche (anice, melissa), agrumi, cera d’api e zafferano. L’attacco gustativo è quasi grasso, ma trova subito una grande succosità e una freschezza notevole. Finale molto lungo che chiude su toni appena accennati di caramello.
Completo. 



2014 
Il lato idrocarburico è ben integrato con i toni di fiori bianchi, pompelmo e mandorla, più un tocco di croccante alle nocciole che emerge con l’ossigenazione. Bocca relativamente semplice ed esile, ariosa e vivida, anche se più corta dei vini precedenti.
Gustoso. 

2013 
Altro anno dispari, altra annata pimpante e luminosa. Pesca gialla, radice di liquirizia, ribes ed erbe aromatiche a dominare il quadro aromatico con un lieve fondo di zafferano. Palato di buona presenza, subito rinfrescato da toni agrumati. Finale lungo, reattivo e scattante che fa danzare il vino sulla lingua.
Elegante. 



2009 
Si salta qualche vendemmia e si scavalla il confine dei dieci anni. Altra grande bottiglia. L’approccio al naso è subito minerale e si divide tra sensazioni di polvere da sparo, gesso e pietra focaia, più tocchi di idrocarburi, pesca bianca, erbe secche balsamiche e spezie. Dinamico e scattante con un tocco di crema pasticcera che contrasta la viva acidità. Finale fresco molto succoso, intenso, speziato e preciso. Complesso. 

2007 
Con la bottiglia più datata si va indietro di tredici anni. Il naso, elegante e stratificato, si apre su toni di pera, limone, pesca gialla, cumino e canfora, con contorno balsamico e lievemente fumè. 
Il palato incede con bella vitalità gustativa, ma con andamento apparentemente compassato, per lo meno più morbido rispetto al 2009, animato da scie sapide vivaci e forse senza lo sprint del campione. Prossimo all’apice della sua parabola espressiva.
Composto.



lunedì 13 luglio 2020

WINDBICHEL

Finalmente prima degustazione condivisa in presenza dopo i mesi di chiusura. Alla Tosa di Vigolzone (sui colli piacentini) è andato in scena il Windbichel di Unterortl-Castel Juval con una quasi-verticale di sei annate. Una rara occasione per mettere alla prova del tempo (che, lo diciamo subito, è stata ampiamente vinta) uno dei migliori Riesling Renano prodotti in Italia.
L’azienda è nota, oltre che per essere tra i punti di riferimento del Riesling nazionale, anche per essere di proprietà dell’alpinista Reinhold Messner che, insieme a Gisela e Martin Aurich (gestori dell’azienda), l’ha fondata nel 1992 ai piedi del Colle Juval in comune di Castelbello/Ciardes, Val Venosta. 
Tra i primi a valorizzare il Riesling nella valle e in Alto Adige, Juval oggi conta su quattro ettari complessivi per 30.000 bottiglie totali annue. 


Tra le varie etichette di Riesling prodotte, Windbichel è quella di punta e proviene da un cru di circa mezz’ettaro piantato nel 1996 ed esposto a sud a 700-750 metri slm. 
Il suolo roccioso ricco di gneiss, la pendenza del versante e la presenza del caldo vento Fohn fanno sì che le uve maturino in un microclima particolare con forti correnti d’aria e sbalzi termici tra giorno e notte. 
Vengono vendemmiati a piena maturazione (a volte in lieve surmaturazione) i primi grappoli di ogni tralcio, la fermentazione avviene in acciaio inox con controllo della temperatura, mentre l’affinamento sui lieviti si protrae fino all’imbottigliamento. Segue circa un anno in bottiglia prima della commercializzazione. 
La produzione media annua è di circa 2.500 bottiglie. 
Alla Tosa i vini sono stati scanditi da tre mini-batterie da due. Tutte le bottiglie erano tappate con chiusura a vite tranne il magnum del 2016 (sughero). 


I VINI


2017 
Approccio olfattivo fresco di mela verde quasi balsamica, frutto agrumato (mandarino) e fiori bianchi. Palato giovane: nervoso, contratto e verticale. Finale salato. Deve trovare distensione, ma c’è profondità. Di bell’avvenire.

2016 (magnum) 
Più apertura e distensione, sia al naso che in bocca. Frutto più maturo e acidità molto fine che percorre il vino dall’inizio alla fine. Gli elementi sono meglio integrati rispetto al 2017, c’è più armonia. Naso con sbuffi di miele e idrocarburi ravvivato da tratti rocciosi di selce. Bocca appagante. 

2015 
Bella maturità di frutto, toni più materici e un po’ meno eleganti rispetto ai due precedenti. Attacco morbido, volume e sale, con un approccio olfattivo che ondeggia tra frutta gialla, note di erbe aromatiche leggermente balsamiche, mandorla e idrocarburi. Il finale mantiene vivacità, ma paga leggermente in termini di slancio. 


2013 
Impatto olfattivo giocato sulla finezza e la complessità. A note minerali di roccia bagnata seguono toni di lime e mandarino, con scie di caramello e idrocarburi. La bocca entra sottile, elegante, ha slancio e lunghezza, con una vena acido-sapida inesorabile che dà sprint al bel finale. 

2010 
Naso fine ma intenso con richiami di zafferano, spezie dolci, frutti canditi e idrocarburi. 
La bocca parte cremosa e avvolgente, quasi grassa, ma trova pimpante freschezza agrumata nell’articolazione e un finale stratificato e molto sapido.

2009 
Idrocarburo e soprattutto roccia spaccata, ma anche lime candito, lieve fumè, menta. 
Palato nervoso, dinamico e profondo con ritorni di erbe aromatiche. Finale importante: fine, appagante, arricchito da una pregevole scia salata.

giovedì 21 maggio 2020

IL GIORNO E LA NOTTE

Dopo una sfilza di assaggi solitari finalmente torniamo a parlarvi di una degustazione condivisa, anche se non proprio alla vecchia maniera. Per tornare a incrociare i bicchieri è ancora presto, quindi, opportunamente riforniti i partecipanti di un goloso kit composto da due Champagne di razza e armati di webcam ci siamo ritrovati ciascuno nella propria abitazione. Un gradevole paliativo che speriamo possa anticipare un imminente ritorno alle degustazioni in presenza. 
La scelta è caduta su due bottiglie didattiche che hanno esaltato le differenze tra i due diversi territori di provenienza, Côtes des Blancs e Montagne de Reims, e tra i due vitigni impiegati, chardonnay e pinot noir: l’elegante Blanc de Blancs Grand Cru di R&L Legras (storica Maison di Chouilly nota soprattutto per le cuvée St. Vincent e Présidence) a confronto con il più terragno Grand Cru Nature di Pierson-Cuvelier, piccolo (50.000 bottiglie in tutto) récoltant di Louvois. 
Due Champagne, certo, ma tra loro diversi come il giorno dalla notte.


Blanc de Blancs brut GC - R&L Legras 
Frutto dell’assemblaggio di due annate (65%-2015 e 35%-2014) questa sboccatura di ottobre 2019 proviene da uve del comune di Chouilly, per il 40% di proprietà e per il restante 60% da fidati vigneron. Viene utilizzata solo la prima spremitura con vinificazione in acciaio inox e la malolattica è svolta. Dosaggio di 7 gr/l. Figlio del suolo calcareo di Chouilly, questo Blanc de Blancs è il biglietto da visita di Legras.
Colore paglierino brillante e perlage molto fine e persistente. Il naso evidenzia profumi intensi di mela golden uniti a delicate note floreali di glicine che virano verso il pan brioche e le arachidi, sfumando su toni marini e di erbe aromatiche. Il sorso attacca avvolgente e cremoso, progredisce fresco e salino acquisendo via via profondità gustativa e scorrevolezza al tempo stesso. Trova nell’eleganza, nella raffinatezza e nella bevibilità i suoi punti di forza. 


Cuvée Prestige brut nature GC - Pierson Cuvelier
Ottenuto da vigne di oltre 35 anni nei comuni Grand Cru di Louvois, dove ha sede l'azienda, Bouzy e Ay condotte in regime di Lotta Integrata. Per questa etichetta viene utilizzata solo la prima spremitura (il cosiddetto coeur de cuvée) vinificata in acciaio inox. Affinamento sui lieviti di circa 48 mesi. 
La base del dégorgement in degustazione (ottobre 2018) è costituita da vino dell'annata 2014 (60%) con aggiunta delle annate 2013 (20%) e 2012 (20%). Non dosato. Produzione: 5.000 bottiglie. 
Colore paglierino brillante con riflessi leggermente ramati. Il naso parte quasi austero e colpisce con note di mela renetta, piccoli frutti rossi, cipria e toni agrumati che richiamano la scorza d’arancia. La bocca si sviluppa senza compromessi, è incisiva e quasi rude. La beva è tesa e sapida, mentre il finale asciutto e leggermente amarognolo richiama il bergamotto. Un purosangue non addomesticato che sembra fatto apposta per la tavola.

giovedì 7 maggio 2020

CHASSAGNE-MONTRACHET LES CAILLERETS 2013 - LAMY CAILLAT

Il micro-Domaine Lamy-Caillat ha sede in uno dei comuni più importanti per la Borgogna bianchista, Chassagne-Montrachet, ed è stato fondato da Sébastien Caillat e dalla moglie Florence Lamy un decennio fa, quando insieme hanno rilevato da un anziano vignaiolo 1.2 ettari in alcuni dei cru più rappresentativi della zona. 
La prima vendemmia ufficiale risale al 2011 e da subito è apparsa chiara l’intenzione di produrre vini tradizionali e artigianali frutto di una viticoltura ecosostenibile e di un approccio quasi minimalista in cantina. Vini ricchi di sostanza, spessore e profondità. Un approccio che non è frutto di improvvisazione, ma di una consapevolezza acquisita attraverso anni di lavoro nel più grande e conosciuto Domaine Lamy-Pillot (di proprietà della famiglia di Florence), dove i due tuttora mantengono un ruolo importante.


Il Domaine Lamy-Caillat propone quattro etichette con una produzione realmente confidenziale: circa 7.000 bottiglie annue distribuite tra tre Premier Cru (Les Caillerets, La Romanèe, Les Champs Gains) e un Village (Pot Bois). 
La vigna “Cailleret” di Chassagne si estende a 250-300 metri s.l.m. per complessivi dieci ettari (suddivisi tra una ventina di proprietari) esposti al sole del mattino e prende nome dall’abbondanza di ciottoli calcarei nel suolo, ricco di marna pietrosa venata di bianco. Classificata come Premier Cru, viene generalmente considerata al top della categoria, un “quasi Grand Cru”.


La superficie a disposizione di Lamy-Caillat è di 0.55 ettari da cui vengono prodotte circa 3.500 bottiglie. Dopo pressatura effettuata con una vecchia pressa meccanica manuale, il mosto viene trasferito in botti di rovere (30% nuove, il resto di 4-5 anni) per la fermentazione alcolica e la malolattica. Il vino resta a contatto con i propri lieviti per un anno senza bâtonnages. La massa viene poi trasferita in acciaio dove sosta un ulteriore anno e dove viene eseguito un unico bâtonnage. Segue imbottigliamento a mano direttamente dalla vasca e senza filtrazione.


Chassagne-Motrachet Les Caillerets 1er Cru 2013 – Lamy-Caillat 
Frutto di un’annata fresca, il vino evidenzia un colore paglierino intenso dai riflessi oro. 
Il naso è caleidoscopico e mostra profumi di erba limoncella, erbe aromatiche e mela golden, con suggestioni speziate, di cioccolato bianco, lieve burro e richiami gessosi. L’ingresso in bocca è pieno, avvolgente e potente, ma subito dopo il sorso si articola in un poderoso allungo che si sviluppa fresco e agrumato, supportato da un’onda salata. Il finale, vibrante ed energico, richiama intense note di bacche di vaniglia. 
Un vino multidimensionale, materico e slanciato, di grande raffinatezza strutturale. Completo.

lunedì 4 maggio 2020

BAROLO ORNATO 2011 - PALLADINO

Il marchio Palladino nasce nel 1974 con Piero Palladino che, dopo studi di enologia ad Alba, ottiene un impiego come enologo presso un commerciante di vini di Biella, ma in seguito avvia imprese in vari settori tra cui quello tessile. Quarantasei anni fa decide dunque di tornare nel mondo del vino come imprenditore e affida la gestione della neonata azienda (la sede si trova nel centro di Serralunga in Piazza Cappellano, all’interno di un ex convento che per anni è stato di proprietà della famiglia Cappellano) al cugino Maurilio. 


Attualmente la gestione è nelle mani della nipote Veronica Santero e di suo marito Alessandro Olocco e la superficie si è ampliata a undici ettari, comprese parcelle in cru di pregio come Ornato, San Bernardo e Parafada ai quali sono dedicati specifiche etichette di Barolo. 

La foto del vigneto Ornato e delle botti sono provengono dal sito internet aziendale

Collocata a ridosso del crinale che divide i due versanti di Serralunga d'Alba, nella parte sud del comune, la vigna Ornato – tra le più prestigiose del comune - ha un'esposizione a pieno sud e confina con il Falletto. Dai suoli calcareo-argillosi della zona si ottengono vini potenti e longevi, dotati di una robusta trama tannica. 
Il nome del vigneto – esteso per circa cinque ettari su ripidi pendii - deriva da quello della famiglia che vi ha abitato ed era proprietaria delle vigne all’inizio degli anni ’40 del secolo scorso.


Barolo Ornato 2011 - Palladino 
Nell’Ornato Palladino possiede circa un ettaro, compreso tra 300 e 395 metri slm, da cui ogni anno (a partire dal 2009, prima vendemmia prodotta) ricava 2-3000 bottiglie. 
Dopo vinificazione in cemento e due anni in botti grandi il vino si offre con un colore granato dai contorni leggermente aranciati. Naso intenso che dal frutto (ciliegia, cassis e fragola) si muove verso i fiori (viola appassita) e scie di liquirizia, erbe secche e pepe, mantenendo un deciso sottofondo balsamico e di sottobosco/terra umida.
Il palato attacca generoso, ampio, quasi largo, ma trova uno sviluppo di fine sapidità che impedisce al lato rotondo di prendere il sopravvento. I tannini si sono ingentiliti trovando una mirabile armonia con la struttura e il finale si esprime con sottile asciuttezza.
Bottiglia appagante che ci pare entrata in una ottimale finestra espressiva.

giovedì 30 aprile 2020

VOLNAY CAILLERETS ANCIENNE CUVÉE CARNOT 2013 - BOUCHARD

La Maison Bouchard Père & Fils è uno dei négociant più importanti (e antichi) di Borgogna, all’attivo dal 1731 per merito di Michel Bouchard, un commerciante di tessuti che viaggiava attraverso la Borgogna per raggiungere i mercati dei paesi fiamminghi. La conoscenza che Michel fa del territorio borgognone lo porta ad abbandonare il commercio di tessuti a favore di quello vitivinicolo. Nel 1775 il figlio Joseph acquista le prime vigne a Volnay nei cru: Caillerets, Chanlins e Taillepieds ai quali, grazie alla florida attività esercitata negli anni seguenti alla rivoluzione francese, vengono aggiunte numerose vigne nella zona di Beaune, tra cui la prima parte della prestigiosa “Vigne de l’Enfant Jesus”, un leggendario clos di 3.92 ettari divenuto monopole di Bouchard nel 1889. 


Nel 1890 i possedimenti vengono ulteriormente incrementati grazie all’acquisizione dello Chateau de Beaune, fortezza militare fatta costruire dal re Luigi XI nel XV secolo, dove Bouchard trasferisce il proprio quartier generale. Tra il 1838 e i primi del ‘900 prosegue l’opera di espansione e il Domaine si accaparra diversi terreni nei Grand Cru più ambiti.
Nel 1995 la Maison di Champagne Henriot acquisisce il marchio Bouchard e con la vendemmia 2005 viene inaugurata a Savigny-lès-Beaune la nuova Cuverie Saint Vincent, dove il processo produttivo avviene per gravità e dove hanno luogo le vinificazioni (per un terzo da vigneti di proprietà, il resto proviene da fornitori di fiducia). Nei 130 ettari di proprietà, dai quali si ottengono circa 600.000 bottiglie all'anno, si trovano ben dodici Grand Cru e una cinquantina scarsa di Premier Cru. 

La foto della facciata e delle botti sono prese dalla pagina Facebook aziendale

Volnay Caillerets 1er Cru “Ancien Cuvèe Carnot” 2013 – Bouchard Pére et Fils 
Da un cru di 14.33 ettari che prende nome dall’aspetto del suolo (caillou=ciottolo, sasso). Nella classificazione stilata da Jules Lavalle (1855) il Caillerets viene indicato come tète de cuvèe, quindi uno dei climats in grado di sfornare tra i migliori vini della zona. I suoli sono molto ciottolosi, ma differiscono da una zona all’altra del vigneto a causa della ferrettizzazione di alcune aree e della diversa composizione delle marne, in tutti i casi però lo strato superficiale è sottile (30 cm.) e sotto si trova un blocco roccioso di epoca giurassica, fratturato e ben drenante. L’esposizione è a sud est a un’altitudine di 250-290 metri s.l.m. 


Punto di riferimento tra le vigne del comune, questo storico climat ha originato il detto che “chi non possiede una vigna al Cailleret, non sa cosa valga il Volnay”. Il primo vigneto ad essere acquistato dalla Maison Bouchard, nel 1775, è stata proprio una parcella di 3.76 ettari all'interno di questo cru e il cognome "Carnot" in etichetta è un omaggio ai proprietari di allora.
L’annata 2013 qui è stata abbastanza complicata (non è mancata la grandine) e ha dato Pinot Nero freschi e talvolta esili, spesso non particolarmente generosi sul fronte aromatico ma succosi e dissetanti. Un’annata classica, per certi versi, con estratti e densità minori rispetto alla media degli ultimi anni. 
Per questa etichetta l'azienda effettua una vendemmia manuale in cassette da 13 Kg e successiva parziale diraspatura seguita da una pigiatura soffice. Dopo la macerazione di circa due settimane il vino viene elevato per poco più di un anno in piccole botti di rovere francese (30-40% nuove). 


Il vino ha veste rosso rubino luminoso e trasparente, con naso cangiante impostato sul registro della finezza e corpo che non manca di una certa austerità. I profumi aprono su accattivanti aromi di frutti di bosco, cui fanno eco sia note di fiori appassiti che nuances iodate. L’ossigenazione mette in risalto toni speziati, ematici e di legno di cedro con rimandi balsamici che richiamano le erbe aromatiche. La bocca è quasi ossuta, di eleganza diretta e leggermente severa, molto gastronomica. I tannini sono vibranti e incisivi e supportano il finale, teso e nervoso con bell’allungo arricchito da rimandi di arancia rossa e da una penetrante sapidità.

lunedì 27 aprile 2020

BARBARESCO MORASSINO 2016 - CASCINA MORASSINO

La famiglia Bianco è un pezzo di storia di Barbaresco, tra le più antiche del comune, e produceva vino già intorno al 1870 grazie a Battista Bianco (classe 1813). 
I decenni hanno portato inevitabili successioni nell’assetto aziendale con pure, a un certo punto della storia, l’intreccio famigliare tra cognomi importanti in zona come Bianco, Rocca e De Forville, che ha portato alla fondazione dell’azienda Cascina Morassino nel 1984 per opera di Mauro Bianco.


Cascina Morassino, oggi gestita dal figlio di Mauro, Roberto Bianco, dispone di 4.5 ettari vitati coltivati per l'80% a nebbiolo, 3.5 dei quali si trovano sulle marne calcaree dell’Ovello, ampio cru (circa 20 ettari in tutto nei quali si trova la sottozona nota come Morassino) della parte nord di Barbaresco che prende nome dalla storica cascina Aloello ed è collocato a un’altitudine media di 250 metri. Qui Bianco possiede anche un piccolo appezzamento del 1967. Il contenuto di argilla più alto rispetto ad altre vigne del comune e l’influenza dei venti che arrivano da nord fanno sì che qui in gioventù i tannini possano risultare più ruvidi che altrove. 
Vi è poi un ettaro in comune di Neive, nella parte bassa della sottozona Cottà, vicino al confine con Barbaresco a 260-270 metri slm. 
I vigneti sono esposti sul versante sud-est a Barbaresco e sul versante ovest a Neive e ogni anno arrivano a produrre poco più di 20.000 bottiglie, metà delle quali di Barbaresco.

Immagine presa da www.enotecadelbarbaresco.com

Barbaresco Morassino 2016 – Cascina Morassino 
Fermentazione a temperatura controllata e affinamento in botti grandi (25 Hl) per 18 mesi a partire da uve provenienti dalla sottozona Morassino dell’Ovello. Prodotte 5.500 bottiglie. 
Classico colore nebbiolesco che anticipa un naso floreale (viola), di confettura di fragola, sottobosco, tabacco con scie speziato-balsamiche e di vaniglia.
Al palato attacca vellutato e avvolgente per svilupparsi ampio e grintoso grazie a un lato voluminoso e potente contrastato da un carattere acido-sapido efficace e mordente. Finale lungo e profondo ancora leggermente asciugante, in cui tornano i toni balsamici. 
Già buono e gustoso adesso, bisognerà aspettare un anno o due perché entri nella finestra espressiva ideale.

giovedì 23 aprile 2020

SHEILA PAS DOSÉ 2006 – PODERE PAVOLINI

Torniamo nei colli piacentini, ma stavolta ci spostiamo nella estremità orientale della Val d’Arda, ai Paolini di Bacedasco Alto (comune di Vernasca), zona con suoli di origine pliocenica ricchi di fossili, costituiti da marne e argille sabbiose grigio-azzurre. Il regno del Piacenziano, insomma, anche se con intrusioni geologiche che ci ricordano quanto siano variabili, anche nell’arco di pochi metri, i suoli di questa provincia. 
Podere Pavolini è un’azienda storica di proprietà della famiglia Terzoni, oggi condotta da Graziano Terzoni che ormai da anni è succeduto al papà Luigi. I vigneti si estendono su una superficie collinare di cinque ettari con pendenze talvolta importanti e altitudini comprese tra 200 e 250 metri slm. Le vigne da alcuni anni sono condotte in regime Biologico certificato e principalmente vedono la presenza delle varietà malvasia, ortrugo e croatina. 


Da queste parti fino agli anni ’60-’70 del secolo scorso quasi tutto il vino era frizzante a rifermentazione in bottiglia, col fondo, e a un certo punto Graziano, da sempre con la passione per lo Champagne, prova a fare un piccolo-grande salto concettuale: continuare a produrre bollicine rifermentate in bottiglia a partire da uve locali, ma con il Metodo Classico. Dopo tante vendemmie e ancor più sperimentazioni, il 2006 è l’anno della svolta, quello in cui inizia a convogliare la maggior parte delle proprie energie nella produzione di questa tipologia, che lui vuole elegante e beverina come una bibita. Oggi Podere Pavolini produce circa 30.000 bottiglie all’anno, due terzi delle quali di Metodo Classico. 

Foto presa dal sito internet aziendale

Sheila Pas Dosè 2006 – Podere Pavolini 
Una bottiglia sorprendente, frutto di un mix tra ortrugo (90%) e marsanne (10%), una varietà, quest’ultima, che qui viene tradizionalmente chiamata “champagne” o “champagnino”. 
Uva raccolta a uno stadio di maturazione leggermente anticipato (circa 12 % potenziale alcol), pressatura a grappolo intero per mantenere basso il pH. Tiraggio nella primavera successiva alla vendemmia svolta con tre barriques dello stesso mosto filtrato (così da non innalzare la percentuale alcolica). 
Della produzione iniziale di 5.000 bottiglie, buona parte è stata commercializzata a partire dal 2009 e presto esaurita, ma 360 bottiglie sono state conservate sui lieviti fino a novembre 2019, data della nuova sboccatura di cui vi stiamo parlando. 


Dopo circa 150 mesi sui lieviti il vino si presenta con un colore paglierino vivo e brillante e un perlage dalla grana molto fine, lenta e persistente. 
Chi si aspetta l’avvolgenza burrosa o la dolcezza del frutto e del pan brioche potrebbe non apprezzare, ma i profumi (cangianti e complessi) spaziano dai toni leggermente balsamici delle erbe aromatiche essiccate (che richiamano sensazioni quasi da Vermouth) a note di agrumi canditi arricchite da rimandi iodati e fumè e da toni di miele e nocciola tostata. 
La bocca ha un ingresso compatto e si sviluppa pimpante e sottile, molto dinamica, ravvivata da un’acidità viva ma non aspra, anzi, setosa. Il finale ha sprint e armonia, chiude con bella scioltezza agrumata confermando una sensazione generale di appagante bevibilità.

lunedì 20 aprile 2020

ETNA ROSSO DON MICHELE 2016 - TENUTA MOGANAZZI

Tenuta Moganazzi è un piccolo podere situato sul versante nord est del’Etna in frazione Passopisciaro, nel comune di Castiglione di Sicilia. Ricade per la maggior parte in C.da Moganazzi (8 ettari) e in piccola parte in C.da Rampante (2,5 ettari). 
Tutto ha inizio nel 1950 quando Michele Pennisi, cardiologo, inizia a dedicarsi alle vigne nel tempo libero. Michele all’epoca non produce vino, si limita alla vendita delle uve, ma dal 1994 viene affiancato dal fedele fattore, Vito, con cui inizia a produrre poche bottiglie quasi per gioco. Nel 2006 Michele viene a mancare e il figlio Vincenzo - geologo - ne raccoglie il testimone, iniziando un nuovo percorso produttivo e commerciale. Il nome dei vini - Don Michele – è dunque un chiaro omaggio al padre, che per tanto tempo ha amorevolmente custodito quelle vigne. 
Nel 2012, però, Vincenzo scompare prematuramente e oggi sono i suoi due fratelli Giusy e Giuseppe (biologa l’una, medico l’altro), con le rispettive famiglie, a tenere viva questa storia di passione famigliare. 

Le due foto dei vigneti sono state fornite dall'azienda

Il clima dell’area è unico. Le elevate altitudini regalano importanti escursioni termiche tra giorno e notte in un contesto di bassa piovosità. I vigneti della Tenuta, situati a 650 metri di quota e coltivati in conduzione Biologica certificata, vengono allevati con il sistema ad alberello etneo e hanno un’età media di circa 70 anni, con la presenza di ceppi centenari. Le vigne affondano le radici in suoli vulcanici, basaltici, ricchi di silice e minerali. Le varietà sono quelle tipiche della zona: nerello mascalese, nerello cappuccio, carricante e catarratto, da cui vengono prodotte tre etichette: il Don Michele Bianco, il Don Michele Rosato e il Don Michele Rosso, per una produzione annua di poche migliaia di bottiglie totali, perché buona parte delle uve viene ancora venduta. 


Etna Rosso Don Michele 2016 – Tenuta Moganazzi 
Ottima annata sull’Etna, il 2016, equilibrata, ma che nei vini ha comunque accentuato il lato fresco, grazie ad acidità superiori alla media e a concentrazioni alcoliche inferiori. 
Come da tradizione etnea questa etichetta è un blend di nerello mascalese (90%) e nerello cappuccio (10%). Dopo la vendemmia manuale le uve vengono pigia-diraspate e il mosto è trasferito in vasche di acciaio inox per la fermentazione a temperatura controllata e successiva macerazione sulle bucce di circa 15 giorni. Il vino viene poi travasato in barriques esauste di rovere francese per un affinamento di circa 8 mesi. Segue imbottigliamento e ulteriore affinamento di alcuni mesi in vetro. 


Bel colore rubino luminoso dai lievi riflessi aranciati. Il naso è giocato principalmente su fragranze fruttate di ciliegia, lamponi e ribes nero, cui fanno seguito toni floreali di geranio e richiami balsamici di erbe aromatiche. L'olfatto si apre poi su toni speziati quasi pungenti di pepe bianco, con sottofondo di vaniglia e di grafite. 
Il sorso attacca affusolato, ma si sviluppa teso e nervoso con un tannino graffiante e una piacevole sapidità che danno soddisfazione a tavola. Il finale, asciutto e agrumato, offre ritorni retro-olfattivi tra il frutto e una sensazione lievemente boisè.

sabato 18 aprile 2020

KASELER NIES'CHEN KABINETT 2017 (VINO D'ASTA) - VON BEULWITZ

Oggi vi parliamo di un’azienda poco nota con sede a Mertesdorf, il comune più vitato della Ruwer (sottozona della Mosella, Germania), nata nel 1867 e gestita dalla famiglia Weis dal 1982: Erben von Beulwitz.
Dunque, la Ruwer. Tra i due affluenti della Mosella (l’altro si chiama Saar e origina l’omonima vallata) è il più corto con soli 46 km di lunghezza e quello racchiuso nella vallata più stretta e meno soleggiata. Territorio segnato da un clima rigido che in passato poteva complicare il raggiungimento della maturazione adeguata delle uve. Eppure i vini pur avendo un'acidità sferzante simile a quelli della Saar, rispetto a quest'ultima zona spesso mostrano un'espressività di frutto più rotonda e intensa. 


Von Beulwitz lavora 7.5 ettari complessivi (90% riesling), per quasi 50.000 bottiglie prodotte in totale, compresi 2.5 ettari nel prestigioso Kaseler Nies’chen, “Grand Cru” esposto a sud-sud ovest su suoli di ardesia blu e marrone e pendenze che si spingono fino al 60%. Le vigne sono in parte centenarie. 
L’azienda fa parte della storica associazione Bernkasteler Ring, che ogni anno in settembre organizza un’asta con le selezioni più rare dei soci. Proprio dall’asta di settembre 2018 proviene questa etichetta prodotta in soli 300 esemplari.

Foto del Kaseler Nies'chen e del grappolo di riesling prese dal sito internet aziendale

Kaseler Nies'chen Riesling Kabinett Fass Nr. 11 2017 (vino d'asta) - Erben Von Beulwitz 
(NB: fass significa botte, fass Nr. 11 indica il numero di botte, che in questo caso è stata destinata a una selezione d’asta) 
Il naso è ampio e alterna la generosità della pesca bianca, degli agrumi maturi e dei frutti tropicali con la freschezza delle erbe aromatiche e della mela verde, spingendosi verso un tocco minerale gessoso, ma dà l’impressione di doversi ancora aprire del tutto. 
Il palato esibisce volumetrie da spätlese, più che da kabinett. Avvolgente con persino una punta di grassezza nell’attacco di bocca, incede sicuro con tonicità, in un piacevole contrasto continuo tra carattere dolce-cremoso da un lato e sapido-acido dall’altro. Il finale è teso e molto lungo, anche se i quasi 80 gr/l di zuccheri residui avranno bisogno di tempo per fondersi ancora meglio. 
Oggi è gradevole e seducente, ma tra almeno quattro-cinque anni inizierà a sviluppare le grandi potenzialità olfattive e gustative che ora si intravedono soltanto. Bottiglia più importante di quello che il prädikat lascia intendere.

mercoledì 15 aprile 2020

GRANDE CUVÉE BRUT- VEUVE BLANCHE ESTELLE (ENCRY)

Encry è un'anomalia: un produttore di Champagne di proprietà italiana. 
Enrico Baldin e Nadia Nicoli, dopo un iter accidentato, sono riusciti a creare di fatto una nuova azienda con tre ettari di vigna in uno dei comuni Grand Cru più importanti della regione, Le Mesnil-sur-Oger in Côte de Blancs. Tutto inizia nei primi anni 2000 quando Enrico, esperto di ingegneria naturalistica e ripristino ambientale, per lavoro si sposta in Champagne dove conosce Jean Michel Turgy, vigneron di Le Mesnil-sur-Oger. Jean Michel discende da una famiglia di storici produttori di vin clair (i vini base destinati alla rifermentazione), da sempre venduti a Maison blasonate della zona.
I due diventano amici e iniziano a collaborare per la parte commerciale. Con il passare del tempo il rapporto si solidifica, Enrico e Nadia arrivano persino ad investire nel progetto di costituzione di una nuova azienda dal nome ENCRY (dal soprannome di Enrico, “Enry”, cui viene aggiunta la “c” di Champagne), forte del parco vitato di Jean Michel. 


Tutto sembra filare liscio, ma il CIVC (Comité Interprofessionnel du Vin de Champagne) si mette di traverso non vedendo di buon occhio che investitori esteri sfruttino il grande marchio territoriale, quindi richiede che alla base di tutto ci sia una Maison vera e propria come forma di garanzia, cosa che apparentemente non c’è. Ma, colpo di scena, salta fuori che nel 1917 un parente di Jean Michel aveva registrato presso il CIVC, con la speranza di vendere vino all’estero, il marchio Blanche Estelle. A questo punto, recuperata in qualche modo la storicità della Maison, le cose si semplificano e permettono a Nadia di acquisire la titolarità del marchio Veuve Blanche Estelle, per gli “amici” Encry. 

Foto presa dalla pagina Facebook aziendale

Oggi vengono prodotte circa 40.000 bottiglie suddivise in quattro etichette: Grand Cuvée, Zéro Dosage, Gran Rosé e Millésime.
Le vigne si sviluppano sulla sommità del comprensorio a ovest di Le Mesnil, posizione privilegiata che preserva le piante da eventuali – e non rare – gelate primaverili e dallo sviluppo di muffe. Banditi i pesticidi, si fa uso dei soli zolfo e rame in un tipo di coltivazione vicina alla filosofia Biodinamica. La densità media nei filari inerbiti è di 10.000 ceppi/ettaro piantati su suoli calcareo-gessosi ricchi di fossili marini.

Blanc de Blanc Grand Cru Grand Cuvèe Brut - Veuve Blanche Estelle Encry 
Chardonnay in purezza prodotto in circa 24.000 esemplari da una selezione di parcelle in vecchi vigneti Grand Cru di Le Mesnil-sur-Oger. Prima fermentazione in acciaio inox a temperatura controllata, malolattica svolta e affinamento sui lieviti per 36 mesi con remuage manuale e dègorgement à la voleè.


Champagne con dosaggio più da extra-brut (5,5 gr/l) che da brut e che contiene un 20% di vini di riserva. Si presenta con un paglierino brillante luminosissimo e una grana delle bollicine di grande finezza, con perlage lento e molto persistente. Il naso si esprime su un registro fragrante e preciso, dai toni delicatamente floreali e fruttati cui fanno seguito note di lime, nocciola e pan brioche per lasciare spazio a cenni iodati e a una mineralità gessosa. Il sorso, di gran beva, è compatto, cremoso ed elegante, un rincorrersi tra intensità e finezza, tra una morbidezza leggermente burrosa e la vivacità dell’agrume, ravvivato da una decisa verve sapida e da una progressione di grande purezza espressiva.

martedì 14 aprile 2020

GRAN CUVÈE XXI SECOLO 2012 - D’ARAPRÌ

Quando nel 1979 Girolamo D’Amico, Louis Rapini e Ulrico Priore (tre amici accomunati dalla passione per il vino e per il jazz) hanno deciso di fondare d’Araprì e produrre solo Metodo Classico a San Severo (Foggia) con i vitigni tradizionali bombino bianco e bombino nero, probabilmente non sono stati pochi quelli che li hanno presi per matti. 
Eppure la scommessa è stata ampiamente vinta e da parecchi anni ormai i tre (recentemente affiancati dai rispettivi figli) non sono più solo i paladini del Metodo Classico in Puglia, ma tra i principali interpreti del Metodo Classico da vitigni autoctoni. 


La prima vendemmia ufficiale è stata la 1985 e negli anni ‘90 la superficie vitata di d’Araprì (a proposito, il nome deriva dalle iniziali dei loro tre cognomi) si è ampliata alle varietà montepulciano e pinot nero. Oggi le vigne coprono ventidue ettari nella zona di San Severo, a pochi chilometri dal Gargano e dal Mare Adriatico, e permettono di produrre ogni anno circa 100.000 bottiglie che vengono conservate nelle cantine collocate in una serie di tunnel sotterranei sotto il centro storico del paese. 
La maggior parte dei vigneti è a pergola pugliese (sistema che ombreggia parzialmente i grappoli impendendone le scottature da sole) in un’area ventosa e poco piovosa che presenta suoli calcareo argillosi di medio impasto. 

Le foto della vigna e del grappolo di bombino sono prese dal sito internet aziendale

Gran Cuvée XXI Secolo brut 2012 – d’Araprì 
Prodotta solo nelle migliori annate, la Gran Cuvée XXI Secolo proviene da un mix di bombino bianco, pinot nero e montepulciano delle Contrade San Biase, Cotinone e San Matteo, esposte a sud – sud ovest a 80-100 metri slm. 
Le diverse varietà sono state raccolte separatamente (fine agosto pinot nero, meta settembre bombino bianco e fine settembre-inizio ottobre Montepulciano) e, dopo vinificazione in acciaio e assemblaggio nella primavera successiva alla vendemmia, ciascuna delle 7.000 bottiglie prodotte ha riposato sui lieviti a una temperatura di 13° C per andare incontro alla sboccatura nel 2019 dopo oltre 60 mesi di affinamento. 


Bel colore giallo luminoso con riflessi dorati, al naso esprime potenza e una certa larghezza di toni che, tuttavia, sono di elegante evoluzione e non cadono nella stucchevolezza. Si spazia dunque dal pan brioche all’albicocca, dal tabacco agli agrumi maturi, con toni netti di confettura di mela e pera e una sottile vena di erbe aromatiche a rinfrescare il tutto. 
Come anticipato dal lato aromatico, il palato esibisce ampiezza e una struttura cremosa, ma con un’acidità salata che lo percorre dall’inizio alla fine e garantisce una chiusura piacevolmente asciutta e decisa. 
Complesso e appagante.